Un colosso energetico da 20 miliardi di capitalizzazione e uno dei trader indipendenti più aggressivi al mondo mettono insieme i portafogli fisici di gas e GNL. L’obiettivo non è solo speculare sui differenziali di prezzo, ma integrare produzione, logistica e commercializzazione in un’unica macchina globale. Per le imprese manifatturiere che comprano gas come materia prima, il messaggio è chiaro: la catena che porta la molecola dal pozzo alla fabbrica sta diventando più corta e più concentrata.
La nuova società — partecipata al 50% da Eni e al 50% da Mercuria — opererà in modo indipendente e deconsolidato attraverso hub di trading internazionali. Nel perimetro entrano petrolio, biocarburanti, gas naturale e GNL, insieme ai diritti logistici e alle infrastrutture collegate. La firma è arrivata il 1° luglio 2026.
Due portafogli fisici che diventano un’unica piattaforma
La joint venture nasce con un baricentro preciso: il gas naturale liquefatto statunitense. Eni ha costruito negli ultimi anni un’esposizione crescente al GNL prodotto negli Stati Uniti, mentre Mercuria — fondata a Ginevra e attiva lungo l’intera catena del valore energetico — porta capacità di trading, risk management e una rete di relazioni commerciali consolidate.
Marco Dunand, amministratore delegato di Mercuria, descrive l’operazione come l’unione di «due organizzazioni altamente complementari con una visione condivisa a lungo termine per i mercati energetici». La piattaforma integrerà «flussi energetici fisici con capacità di trading di livello mondiale, logistica e gestione del rischio» per creare un operatore «più agile ed efficiente» capace di massimizzare il valore lungo l’intera catena di approvvigionamento.

Per il manifatturiero energivoro — ceramica, vetro, chimica di base, carta — questo significa che un singolo soggetto controllerà una quota maggiore del gas disponibile sul mercato spot e a termine, con effetti potenziali sulla formazione dei prezzi nei periodi di tensione.
GNL USA e gas argentino: la mappa dell’approvvigionamento
I numeri della produzione statunitense danno la dimensione della posta in gioco. La produzione di gas secco negli Stati Uniti ha toccato un picco di 112,0 miliardi di piedi cubi al giorno l’8 giugno 2026, mentre i volumi di GNL esportato si mantengono vicini a 19 miliardi di piedi cubi al giorno. La manifattura americana consuma in media 21,8 miliardi di piedi cubi al giorno di gas come materia prima ed energia. Sono cifre che raccontano un mercato fisico enorme, dove possedere capacità di esportazione significa poter arbitrare tra il prezzo interno americano e i prezzi internazionali.
Eni ha anche una partecipazione del 32% nei blocchi di Vaca Muerta destinati al progetto Argentina LNG. Messo insieme al portafoglio USA, il quadro diventa quello di un operatore con accesso diretto a due dei bacini di GNL a più basso costo marginale al mondo, in grado di indirizzare i cargo verso il mercato che offre il rendimento più alto.
Cosa cambia per chi usa gas come materia prima
L’integrazione verticale tra produzione fisica e trading non è neutrale per i consumatori industriali. Tre dinamiche contano:
- Concentrazione dell’offerta spot: un trader che controlla sia i volumi in partenza sia la capacità logistica ha più margine per ottimizzare i flussi, ma anche più potere di mercato nelle fasi di domanda rigida. Le imprese che comprano gas sul mercato di breve termine potrebbero trovarsi di fronte a un interlocutore con maggiore capacità di influenzare i differenziali di prezzo.
- Costi logistici e flessibilità: la gestione integrata di infrastrutture e diritti di trasporto può ridurre gli attriti nella catena. In uno scenario di prezzi forward del gas con consegna invernale 2026-2027 a 4,160 dollari per MMBtu — ben sopra il contratto agosto NYMEX a 3,296 dollari — la capacità di spostare rapidamente i volumi tra mercati diventa un asset che si riflette sui margini di trading, ma anche sulla stabilità delle forniture.
- Segnale di prezzo per le filiere: la joint venture nasce con l’obiettivo dichiarato di «migliorare la redditività di entrambi i partner» e «accelerare la generazione di cassa». In un contesto in cui le scorte USA hanno ricevuto un’iniezione settimanale di 83 miliardi di piedi cubi nella settimana conclusa il 26 giugno 2026 — segnale di un mercato fisico ben rifornito — la spinta all’ottimizzazione commerciale potrebbe tradursi in una maggiore volatilità dei prezzi nei momenti di picco della domanda, come già osservato nel Nordest americano dove i prezzi spot hanno raggiunto livelli tipicamente invernali.
Stefano Pujatti, direttore Global Trading di Eni, inquadra la mossa dentro «un percorso di evoluzione del portafoglio e del modello di trading» che punta a «rafforzare la gestione degli asset» e «migliorare i risultati economici lungo l’intera catena del valore». Tradotto per le imprese: il fornitore da cui comprate il gas sta diventando più efficiente nell’estrarre valore da ogni metro cubo che transita. Il costo di quell’efficienza, in certe fasi di mercato, potreste trovarlo in bolletta.





