Con circa il 15% della forza lavoro potenzialmente a rischio e due icone della Motor Valley italiana sul mercato, la ristrutturazione di Volkswagen si profila come una delle più profonde nella storia dell'industria automobilistica europea. Wolfsburg non sta solo tagliando i costi: sta ridisegnando i confini del proprio perimetro industriale, cedendo tutto ciò che non rientra più nella traiettoria strategica verso l'elettrico e il software.
Il piano: 100.000 posti a rischio e quattro stabilimenti nel mirino
Il piano di ristrutturazione allo studio prevede fino a 100.000 posizioni eliminate a livello globale — il 15,2% della forza lavoro complessiva di 657.000 dipendenti. Un obiettivo raddoppiato rispetto ai piani precedenti, che si somma all'accordo già siglato a dicembre 2024 con i sindacati, il quale prevedeva oltre 35.000 riduzioni negli stabilimenti tedeschi entro il 2030. Il piano è attribuito a documenti presentati dall'amministratore delegato Oliver Blume e dal direttore finanziario Arno Antlitz, ma non risulta ancora formalmente approvato e Volkswagen non ha confermato i numeri circolati.
Il pacchetto comprende anche una riduzione degli investimenti del 15%, portando la spesa complessiva a poco più di 130 miliardi di euro nei prossimi cinque anni, e un obiettivo di riduzione strutturale dei costi di 11 miliardi di euro entro la fine del decennio.
A rischio ci sono quattro stabilimenti tedeschi:
- Hannover: 14.000 addetti, produce la serie T e l'ID. Buzz
- Zwickau: circa 8.000 addetti, specializzato in veicoli elettrici come l'Audi Q4 e-tron e la Cupra Born
- Emden: riconvertito anch'esso verso l'elettrico
- Neckarsulm (stabilimento Audi): 15.509 dipendenti a marzo 2026, produce A5, A6, A8 ed e-tron GT
Il consiglio di sorveglianza dovrebbe affrontare le proposte il 9 luglio.

Ducati, Lamborghini e gli asset che Wolfsburg vuole monetizzare
Il primo tassello del disinvestimento è già completato: Volkswagen ha ceduto il 51% di Everllence (ex MAN Energy Solutions) al fondo americano Bain Capital, incassando 7,4 miliardi di euro su una valutazione complessiva di circa 10 miliardi. Il Financial Times segnala però che quei proventi potrebbero essere quasi interamente assorbiti dai costi straordinari della ristrutturazione stessa.
Per raccogliere nuove risorse prendono corpo ipotesi di ulteriori dismissioni. Tra gli asset che tornano al centro delle speculazioni ci sono Ducati e Lamborghini: per Ducati una possibile vendita era già emersa nel 2017, poi bloccata dai sindacati tedeschi; per Lamborghini gli advisor avrebbero rilanciato l'ipotesi di una quotazione separata. Sul tavolo ci sarebbero anche aperture del capitale della divisione batterie PowerCo, della società per la guida autonoma ADMT e del marchio americano Scout, per il quale sarebbe in corso uno studio sulla possibilità di far entrare investitori esterni.
Il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha già segnalato che i piani di Wolfsburg «avranno conseguenze sulla componentistica italiana».
Sempre nell'ottica del dimagrimento, Volkswagen starebbe valutando la rottura della partnership con Bosch nello sviluppo dei sistemi di guida assistita, avviata nel 2022 attraverso la software house Cariad: una collaborazione in cui il gruppo ha investito circa 1,5 miliardi di euro senza raggiungere i risultati attesi.
Una crisi strutturale che i numeri rendono evidente
Dai risultati 2025 emerge il problema alla radice: ricavi stabili a 321,9 miliardi di euro, ma utile operativo crollato a 8,9 miliardi — un margine operativo di circa il 2,8%, calcolato sui dati di bilancio. La doppia pressione dei costruttori cinesi come BYD e dei costi dell'elettrificazione ha eroso i margini senza che i ricavi crescessero in modo compensativo. Neckarsulm da sola occupa oltre 26.000 persone nel distretto automotive locale: qualunque decisione sullo stabilimento Audi avrebbe ricadute su fornitori, logistica e componentistica ben oltre i cancelli della fabbrica.
Il vero snodo non è se Volkswagen taglierà, ma se riuscirà a monetizzare asset redditizi come Lamborghini senza privarsi delle risorse necessarie a competere in un mercato in cui l'elettrico e il software hanno già cambiato le regole del gioco.


