Il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva il 4 agosto 2026 il decreto legislativo che ridisegna l’intero sistema dei tributi locali. Per chi ha partita IVA le novità sono immediate: i Comuni e le Regioni potranno inviare lettere di compliance prima di un accertamento, le sanzioni su IMU e TARI vengono ricalibrate, e chi sceglie l’addebito diretto in conto corrente può ottenere uno sconto fino al 20% su tariffe come la TARI. Allo stesso tempo, l’estensione della transazione fiscale agli enti locali apre una strada concreta alle imprese in difficoltà che devono rinegoziare i debiti tributari con più soggetti pubblici.
Sconti per chi attiva l’addebito diretto (ma non per l’IMU)
Il decreto modifica l’articolo 118-ter del decreto Rilancio del 2020 e offre a Regioni e Comuni la possibilità di riconoscere un trattamento di favore a chi autorizza il pagamento tramite addebito su conto corrente o postale. L’agevolazione può assumere due forme: una riduzione fino al 20 per cento dell’aliquota o della tariffa, oppure uno sconto fisso alternativo, con un importo massimo che fa da tetto al beneficio anche quando la percentuale produrrebbe una cifra superiore.
Un esempio concreto aiuta a capire. Se un Comune concede il 5 per cento di sconto ma fissa il tetto a 1.000 euro, l’impresa che versa 25.000 euro di TARI ottiene comunque 1.000 euro di riduzione e non 1.250, perché il massimale prevale. La novità è pensata per premiare i pagamenti puntuali e certi, riducendo al contempo i costi di gestione per l’ente.
La TARI è il tributo su cui l’opportunità si fa più concreta per commercianti, artigiani e professionisti con uffici o sedi operative. Nessuno sconto è invece previsto per l’IMU, che continua a essere versata tramite modello F24 e resta esclusa perché il gettito incide sui meccanismi perequativi del Fondo di solidarietà comunale: qui la tassa va sempre pagata a prezzo pieno.
Lettere e avvisi bonari: il fisco locale adotta il modello compliance
La seconda gamba della riforma trasferisce sul piano territoriale uno strumento che sul fronte erariale ha portato nel 2025 a un gettito da 3,3 miliardi di euro: le comunicazioni preventive prima dell’accertamento. Comuni e Regioni potranno inviare lettere di compliance quando rilevano anomalie o irregolarità nei versamenti, chiedendo al contribuente di fornire chiarimenti oppure di regolarizzarsi spontaneamente.
La procedura dà 60 giorni di tempo per rispondere: si possono trasmettere ricevute di pagamento, segnalare dati non considerati nei controlli, oppure accedere al ravvedimento attivo, che sul territorio allarga il proprio raggio d’azione e applica sanzioni ridotte. Accanto alle lettere partono anche avvisi bonari per tardivi, parziali od omessi versamenti, con lo stesso schema: importi dovuti, sanzioni più leggere e invito a pagare prima che si arrivi all’atto impositivo.
Per un’impresa questo cambia la relazione con l’ente locale. Non si passa più direttamente dalla verifica all’accertamento esecutivo: c’è una fase intermedia di dialogo, che da un lato consente di evitare sanzioni piene, dall’altro impone un monitoraggio più serrato delle proprie posizioni fiscali periferiche.
Sanzioni riviste e Comuni incentivati a moltiplicare i controlli
Il decreto rimodula le sanzioni su IMU, TARI, imposta di soggiorno e contributo di sbarco. La sanzione piena scatterà per l’omessa dichiarazione, mentre alla dichiarazione infedele si applicherà una misura ridotta. Per l’IMU viene introdotto un modello dichiarativo unico telematico valido su tutto il territorio nazionale.

C’è però un aspetto che per i titolari di partita IVA pesa forse più delle sanzioni stesse. L’articolo 11 del decreto alza dal 50 al 100 per cento la quota delle maggiori somme accertate e riscosse che resta direttamente all’ente locale. In altre parole, il Comune che scova evasione incamera l’intero extragettito, senza più dividerlo con lo Stato.
Il combinato disposto è evidente: più lettere di compliance in partenza e una convenienza economica piena per l’ente a portare fino in fondo i controlli. Chi opera in più Comuni – imprese con sedi, depositi, uffici – rischia di trovarsi di fronte a un’attività di verifica più diffusa e aggressiva di quanto accaduto finora.
Transazione fiscale locale: una via d’uscita per le imprese in crisi
La novità con l’impatto potenzialmente maggiore sul risanamento riguarda le aziende in squilibrio patrimoniale o economico-finanziario. Su richiesta delle commissioni parlamentari, espressa nel parere del 3 agosto 2026, il decreto estende ai tributi di Regioni, Province e Comuni le disposizioni del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (D.Lgs. 14/2019).
Finora l’imprenditore poteva sottoscrivere accordi transattivi soltanto con l’Agenzia delle Entrate e l’agente della riscossione nazionale. Adesso potrà farlo anche con gli enti locali, allineando su un unico tavolo tutti i creditori pubblici. È la misura da verificare per prima non appena il testo sarà pubblicato in Gazzetta Ufficiale, perché cambia le carte per chi ha debiti spalmati su più livelli di governo e cerca un accordo di ristrutturazione.
Accertamento esecutivo regionale e bollo auto: tempi più stretti
L’avviso di accertamento emesso dalle Regioni diventa titolo esecutivo a tutti gli effetti: non servirà più la cartella di pagamento né l’ingiunzione fiscale. I termini per passare alla riscossione coattiva scendono a 60 giorni dalla notifica, contro i 180 attuali. Alla scadenza l’ente o il concessionario può procedere direttamente al pignoramento.
Per le imprese con flotte veicoli il margine si restringe: il bollo auto seguirà una nuova scansione annuale, con pagamento in un’unica soluzione per i mezzi immatricolati dal 1° gennaio 2026, mentre per quelli già in circolazione al 31 dicembre 2025 restano valide le scadenze storiche. La responsabilità del versamento, inoltre, è agganciata al primo giorno del periodo di tassazione e non più alla scadenza, modifica pensata per chiudere il contenzioso sui passaggi di proprietà tra Regioni diverse – tipico nelle cessioni di veicoli aziendali.
Il calcolo che manca: cosa pesa davvero sul titolare di partita IVA
Mettendo in fila i numeri: un’impresa con immobili strumentali in più Comuni si trova davanti a un doppio incentivo alla regolarizzazione (sconto per addebito diretto più sanzioni ridotte tramite ravvedimento), ma anche a un sistema che raddoppia la convenienza dell’ente a scovare irregolarità. Non è un caso che la riforma arrivi a ridosso della scadenza della delega del 29 agosto 2026, dopo una gestazione di oltre un anno: la fretta finale, denunciata dalla mancata intesa in Conferenza Unificata del 28 luglio 2026 con il voto contrario di 5 Regioni, non ha smussato la spinta verso un fisco locale modellato sul canovaccio statale, con più poteri di accertamento e meno spazi di negoziazione una volta partito l’atto impositivo.
L’apertura della transazione fiscale agli enti territoriali è l’unica misura che sposta il baricentro dalla repressione alla composizione negoziata, ma è anche quella che richiederà più coordinamento operativo. Senza istruzioni chiare, un’impresa in crisi con debiti verso tre Comuni diversi rischia di dover gestire tre accordi separati, vanificando il vantaggio di un’unica cornice normativa.
Il decreto ridisegna il perimetro degli obblighi e delle opportunità per chi ha partita IVA. Attivare l’addebito diretto sulla TARI conviene, ma sul fronte controlli serve uno scatto nella gestione documentale interna: con l’arrivo delle lettere di compliance, rispondere in tempo e con dati precisi diventa la prima difesa contro sanzioni che restano salate.


