Il Rapporto annuale INPS 2026 presentato ieri alla Camera racconta un’Italia che produce numeri record sull’occupazione ma li concentra in una nicchia di aziende: l’1% delle imprese ha generato il 60% dei nuovi posti di lavoro nel 2025. Per il tessuto produttivo fatto di microimprese — sono l’86% del totale e occupano appena il 23% dei dipendenti — il messaggio è chiaro: la crescita c’è, ma sta altrove. E i meccanismi che dovrebbero sostenere famiglie e natalità, dall’Assegno Unico ai bonus, producono un effetto collaterale che tocca direttamente chi cerca personale: frenano l’occupazione femminile proprio mentre la platea degli assicurati tocca quota 27,2 milioni, il massimo storico.
Il paradosso della base contributiva: più lavoratori, ma concentrati in poche aziende
I numeri complessivi sono imponenti. Gli assicurati INPS crescono di 244 mila unità sul 2024 e di 1,7 milioni sul 2019 (+6,8%), i contributi sociali raggiungono 273 miliardi di euro (oltre 10 miliardi in più dell’anno precedente), la retribuzione media annua lorda sale a 27.649 euro (+14,5% dal 2019). Tuttavia, come ha ricordato il presidente INPS Gabriele Fava, «la sostenibilità previdenziale non si costruisce soltanto modificando requisiti, finestre o coefficienti. Si costruisce prima, dentro il mercato del lavoro». E dentro quel mercato, la capacità di creare lavoro stabile e ben retribuito è distribuita in modo diseguale.
Per un’impresa con meno di 15 dipendenti — la stragrande maggioranza del tessuto produttivo italiano — il dato sulla concentrazione dell’occupazione ha due risvolti immediati. Il primo è che la competizione per i profili qualificati si gioca contro aziende più strutturate, che possono offrire condizioni migliori. Il secondo è che la tenuta del sistema previdenziale, e quindi la pressione contributiva futura, dipende da quanto il tessuto produttivo saprà allargare la base delle imprese che assumono in modo stabile. Non è un tema da macroeconomisti: è il costo del lavoro di domani.
L’occupazione femminile che non decolla: cosa c’entrano le aziende
Il Rapporto INPS dedica un’analisi approfondita all’impatto dei trasferimenti monetari alle famiglie sul lavoro delle donne. Il risultato è scomodo. L’Assegno Unico e Universale, che nel 2025 ha coperto il 94,9% dei nuclei aventi diritto con oltre 6 milioni di famiglie e 10 milioni di figli, ha un effetto positivo sulla probabilità di avere un secondo figlio (+0,5 punti percentuali in alcune fasce ISEE), ma riduce di 1,15 punti la probabilità che la madre lavori. L’effetto è ancora più marcato dove i bonus sono più generosi: nei comuni con meno di 3.000 abitanti della Sardegna, il bonus bebè da 600 euro mensili per il primo figlio ha fatto crescere le nascite del 21% nel biennio 2023-2024 ma ha ridotto del 25% la probabilità di occupazione delle madri.
Per un datore di lavoro, questo è un segnale concreto. Le politiche pubbliche stanno producendo un trade-off tra natalità e partecipazione femminile al mercato del lavoro. In pratica: si aiutano le famiglie, ma si riduce il bacino di manodopera disponibile, proprio in un momento in cui le imprese faticano a trovare personale. Non è un dettaglio per chi deve pianificare assunzioni o gestire turni.

Di segno opposto è l’effetto del Bonus Asilo Nido, che aumenta del 17% la probabilità di occupazione tra le beneficiarie, e dello smart working, che riduce fino all’87% la penalizzazione salariale legata alla maternità (la cosiddetta child penalty). Qui il messaggio alle imprese è duplice: offrire flessibilità contrattuale e contribuire ai costi di cura — anche con welfare aziendale mirato — non è solo una questione di responsabilità sociale, ma un modo per allargare il bacino di candidature e trattenere competenze. I numeri dell’INPS lo confermano.
Pensionati che restano al lavoro: opportunità o competizione?
Un altro dato che incrocia le esigenze delle imprese è il fenomeno dei pensionati lavoratori. Dal 2019 al 2023 sono passati da circa 40 mila a quasi 158 mila. Quasi il 90% resta nella stessa azienda in cui lavorava prima di andare formalmente in pensione, spesso con contratti part-time. L’età media alla decorrenza della pensione per i dipendenti è salita a 64,7 anni nel 2025 (erano 64,5 nel 2024 e 61,7 nel 2012), e dal 2027 scatterà il primo adeguamento alla speranza di vita: l’età pensionabile passerà da 67 anni a 67 anni e un mese.
Per un titolare d’impresa, la possibilità di trattenere figure senior con contratti flessibili è un’opportunità di gestione della conoscenza e del passaggio generazionale. Ma è anche un costo: se il lavoratore percepisce già una pensione e resta in azienda, il suo compenso netto può essere competitivo, ma la contribuzione aggiuntiva va calcolata. C’è poi il tema dell’invecchiamento della forza lavoro: la crescita degli assicurati under 34 (+12,4% dal 2019) esiste, ma buona parte dell’occupazione aggiuntiva arriva dagli over 55, passati da 6 a 7,6 milioni.
Salari, produttività e un divario di genere che pesa sui bilanci
La retribuzione media annua lorda di 27.649 euro è ancora sotto l’inflazione accumulata nel biennio 2022-2023 sul dato lordo, mentre sul netto il recupero è quasi completo (+19,2% contro un’inflazione tra il 18,2% e il 20,5%). Il Rapporto INPS collega esplicitamente il recupero pieno del potere d’acquisto alla produttività, a sua volta legata a investimenti, formazione e qualità delle imprese. Per un’azienda, questo significa che senza un aumento della produttività, gli aumenti salariali restano un costo netto che comprime i margini.
Infine, il divario di genere nelle pensioni è un termometro di carriere contributive storicamente discontinue e retribuzioni più basse per le donne. Gli importi medi sono impietosi: 2.166 euro lordi mensili per un uomo, 1.619 euro per una donna, con un gap del 34%. Le donne sono il 51% dei pensionati ma percepiscono solo il 44% dei redditi pensionistici totali: 163 miliardi contro i 207 miliardi degli uomini. Per chi assume, questo dato dice che il part-time involontario e le interruzioni di carriera femminili restano un problema strutturale che si trascina fino all’età pensionabile, e che incide sulla disponibilità di personale qualificato nel presente.
L’INPS ha chiuso il 2025 con un avanzo di competenza di 16,818 miliardi e un avanzo di amministrazione di 136,759 miliardi. I conti della previdenza tengono, ma la partita per le imprese si gioca altrove: su salari, produttività, capacità di attrarre e trattenere lavoratrici in un sistema che ancora le penalizza.
Fonti
- Pensioni: uscita dal lavoro sempre più lontana
- Pmi.it
- Ladiscussione.com
- Lavoro, occupazione in crescita ma stipendi restano bassi
- Assegno unico e bonus bebè frenano l’occupazione femminile




