Il 30 giugno i lingotti e gli anelli d’oro SJC hanno perso fino a 2 milioni di VND per oncia in una sola seduta, portando il prezzo di vendita a 146 milioni di VND/oncia a mezzogiorno. Il 1° luglio il quadro si è frammentato: nuovi ribassi mattutini fino a 600.000 VND/oncia per i lingotti SJC, mentre nel pomeriggio qualche marchio ha registrato un lieve recupero. Per chi utilizza l’oro come materia prima industriale — gioielleria, elettronica di precisione, odontoiatria — questi scostamenti non sono mai soltanto una notizia da tabellone: sono variazioni immediate del costo del venduto.
Quanto è costato l’oro alle imprese tra il 30 giugno e il 1° luglio
La seduta del 30 giugno ha segnato il punto più basso delle ultime due settimane. Secondo i dati SJC di mezzogiorno, i lingotti SJC venivano acquistati a 143 milioni di VND/oncia e venduti a 146 milioni, con un taglio netto di 2 milioni rispetto alla seduta precedente. Nello stesso momento, gli anelli in oro 99,99% scendevano a 142,9 milioni in acquisto e 145,9 milioni in vendita, sempre con una sforbiciata di 2 milioni.
La mattina del 1° luglio lo scenario è diventato più articolato:
- SJC e PNJ hanno aperto a 143,44 – 146,4 milioni di VND/oncia, con un calo di 600.000 VND/oncia su entrambi i lati.
- DOJI ha quotato i lingotti a 145-148 milioni in un listino e a 144-147 milioni in un altro, segnalando un mercato con spread ancora larghi.
- Bao Tin Minh Chau ha ridotto il prezzo di acquisto di 500.000 VND e quello di vendita di 600.000 VND, portando il lingotto a 142,5 – 146,4 milioni.
Lo spread bid-ask, cioè la differenza tra prezzo di acquisto e di vendita, è rimasto inchiodato tra 3 e 3,9 milioni di VND per oncia a seconda del marchio. Questo spread rappresenta il costo immediato che un’impresa affronta se deve acquistare oro fisico per la produzione e coprirsi rivendendo eventuali rimanenze.
Perché il prezzo dell’oro condiziona le filiere produttive
L’oro non è solo un bene rifugio. In Vietnam, il settore orafo trasforma quotidianamente lingotti e anelli in gioielli destinati al mercato interno e all’export regionale. Un calo di 2 milioni di VND/oncia riduce il valore delle scorte già detenute, ma per chi compra materia prima rappresenta un’opportunità di approvvigionamento a costi più bassi. Il rovescio della medaglia è la volatilità: variazioni di questa entità, se non accompagnate da strategie di copertura, rendono impossibile pianificare i margini su commesse di media durata.
Sul mercato internazionale, la dinamica è stata ancora più istruttiva. Il 30 giugno il prezzo spot è crollato a 3.974 USD/oncia alle 11:00 ora del Vietnam, con una perdita di 85 dollari in poche ore. La sera dello stesso giorno un rimbalzo tecnico lo ha riportato a 4.029 USD/oncia (+13 USD, +0,3%). La mattina del 1° luglio Kitco segnalava 3.979,5 USD/oncia, di nuovo in calo di 27,7 dollari.
Il fattore scatenante, per quanto apparentemente lontano dalle fabbriche vietnamite, è l’intreccio tra politica monetaria USA e prezzi dell’energia. Bart Melek, responsabile della ricerca sulle materie prime di TD Securities, ha spiegato che le interruzioni nello Stretto di Hormuz hanno portato le scorte petrolifere ai minimi storici, con il rischio concreto di un Brent a 90-110 dollari al barile — uno scenario che alimenterebbe l’inflazione, costringendo la Federal Reserve a mantenere tassi elevati e rafforzando il dollaro.

Un dollaro più forte rende l’oro più caro per chi compra in altre valute, riducendo la domanda internazionale e deprimendo i prezzi. Per un’impresa vietnamita che importa oro o compete con produttori che usano prezzi internazionali come riferimento, questo meccanismo si traduce in compressione dei margini quando il VND si indebolisce rispetto all’USD. Il 30 giugno il tasso di cambio sul mercato libero era già a 26.700 VND/USD in acquisto e 26.720 in vendita.
Il premio dell’oro vietnamita: quanto pesa sui costi industriali
Un dato strutturale che differenzia il mercato vietnamita da altri hub produttivi è il premio dei lingotti SJC sul prezzo internazionale. Il 1° luglio, con il prezzo mondiale convertito a circa 126,7 milioni di VND/oncia (escluse tasse e commissioni), i lingotti SJC venivano venduti a 146-148 milioni: uno scarto di circa 20 milioni di VND/oncia.
Per un laboratorio orafo che acquista 10 once al mese, questo premio si traduce in un costo aggiuntivo di 200 milioni di VND rispetto al puro valore della materia prima sul mercato globale. È un onere che incide sulla competitività delle esportazioni, specialmente verso mercati dove i concorrenti — pensiamo all’India o alla Turchia — operano con premi più contenuti.
Le aziende più esposte sono quelle che lavorano oro puro 99,99% per la produzione di anelli semplici e semilavorati. Il 30 giugno, Bao Tin Manh Hai quotava gli anelli a 142,8 milioni di VND/oncia in acquisto e 146,8 milioni in vendita, con il prezzo di vendita allineato a quello dei lingotti. La parità tra anello e lingotto indica che la domanda industriale di oro fisico rimane solida nonostante il calo dei prezzi, altrimenti lo spread si allargherebbe per scoraggiare gli acquisti.
Cosa segnala il mercato per i prossimi mesi: impatto sulle decisioni di acquisto
Chi pianifica gli approvvigionamenti guarda ai segnali macro. La Federal Reserve, secondo il CME FedWatch, ha il 64% di probabilità di alzare i tassi a settembre. I rendimenti dei Treasury USA restano elevati e il rapporto JOLTS di maggio ha mostrato 7,59 milioni di posti vacanti, ben sopra le attese di 7,29 milioni: un mercato del lavoro che non si raffredda dà alla Fed margine per mantenere una politica restrittiva.
Sul fronte geopolitico, i colloqui tra Stati Uniti e Iran a Doha restano in stallo, con entrambe le parti che si accusano di aver violato il cessate il fuoco provvisorio del 17 giugno. La prospettiva di nuove tensioni nello Stretto di Hormuz tiene sotto pressione il petrolio Brent, già a 73,3 dollari al barile il 30 giugno.
Per un’impresa manifatturiera che utilizza oro, lo scenario tracciato dalle fonti suggerisce tre elementi da monitorare:
- Prezzi dell’energia: un Brent sopra i 90 dollari al barile spingerebbe la Fed a non tagliare i tassi, mantenendo il dollaro forte e l’oro sotto pressione — favorevole per chi compra materia prima, ma rischioso per chi detiene scorte.
- Spread SJC-mondo: se il premio dovesse scendere dai 20 milioni attuali verso i 10-12 milioni, le aziende esportatrici guadagnerebbero competitività immediata. Al momento non ci sono segnali di convergenza.
- Volatilità infragiornaliera: l’escursione del 30 giugno — da 148 a 143 milioni in poche ore — mostra che il timing degli acquisti può fare una differenza di diversi punti percentuali sul costo della materia prima. Le aziende che operano senza strumenti di copertura stanno di fatto speculando, anche senza volerlo.
Il calo mensile dell’oro, che dai massimi di inizio giugno (158,5 milioni) ai minimi di fine mese (145 milioni) rappresenta una perdita approssimativa dell’8–9%, con margini di compressione particolarmente acuti nel corso della seduta del 30 giugno, sta già riducendo i costi di approvvigionamento per le imprese che acquistano sul mercato spot. Ma la combinazione tra premi domestici elevati e incertezza sui tassi rende cruciale, per chi produce, ancorare le decisioni di acquisto a un prezzo medio programmato piuttosto che rincorrere i minimi giornalieri.





