Oro Vietnam, la calma piatta nasconde un mercato che strozza i produttori

I prezzi dell'oro in Vietnam restano fermi oggi, 12 luglio 2026, con i lingotti SJC inchiodati tra 146,9 e 149,9 milioni di VND per tael. Ma la stabilità delle quotazioni è un'illusione ottica: dietro la superficie immobile, il differenziale tra prezzo di acquisto e vendita — fino a 4,9 milioni di VND per tael in alcuni negozi — continua a rendere l'oro vietnamita una materia prima dal costo proibitivo per chi lo lavora. E la decisione di diverse gioiellerie di smettere di vendere "sulla carta" segnala un cambiamento strutturale nella filiera che va ben oltre la fluttuazione settimanale.

Lo spread che divora i margini: fino a 4,9 milioni di VND tra acquisto e vendita

La forbice tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita dell'oro SJC è il dato che pesa di più sui bilanci di orafi, laboratori e gioiellerie. Oggi Bao Tin Minh Chau quota l'oro SJC a 145 milioni in acquisto e 149,9 milioni in vendita, con uno spread di 4,9 milioni di VND per tael. Phu Quy viaggia su un differenziale di 3,6 milioni, mentre SJC e DOJI si attestano attorno ai 3 milioni. PNJ si assesta su uno spread di 4,0 milioni.

Per un laboratorio orafo che consuma regolarmente oro come materia prima, questo spread si traduce in un costo aggiuntivo strutturale che comprime i margini di trasformazione ben oltre quanto accade sui mercati internazionali. Il prezzo spot globale, oggi attorno ai 4.119 dollari l'oncia (circa 4.119,4 dollari secondo alcune rilevazioni), rimane strutturalmente inferiore alle quotazioni domestiche vietnamite, e il gap non accenna a ridursi.

NegozioPrezzo acquisto (milioni VND/tael)Prezzo vendita (milioni VND/tael)Spread (milioni VND)
SJC / DOJI146,9149,93,0
Bao Tin Minh Chau145,0149,94,9
Phu Quy146,3149,93,6
PNJ / BTMH145,0149,04,0

La fine delle vendite "sulla carta": cosa cambia per la filiera produttiva

Un segnale che sta passando sotto traccia ma che ha implicazioni profonde per il settore: diverse gioiellerie di Tran Nhan Tong Street, la "via dell'oro" di Hanoi, hanno smesso di vendere "sulla carta". In pratica, non accettano più ordini basati su quotazioni future o su impegni di consegna differita. Solo oro fisico, solo per quantità effettivamente disponibili.

Per i produttori che usano l'oro come input — dai laboratori di gioielleria alle aziende di componentistica elettronica che impiegano il metallo per connettori e contatti — questa stretta complica la gestione degli approvvigionamenti. Senza contratti a termine, l'intera filiera è esposta alle oscillazioni spot in un mercato dove il prezzo internazionale ha appena chiuso una settimana in calo di 51 dollari l'oncia, passando da 4.170 a 4.119 dollari.

Bao Tin Minh Chau oggi vende anelli d'oro rotondi senza limiti quantitativi, ma consegna solo in base all'ordinato effettivo. Una politica che da un lato garantisce trasparenza, dall'altro impone alle imprese di immobilizzare capitale nell'oro fisico senza poter pianificare su orizzonti temporali più lunghi.

Lingotti d'oro vietnamiti su marmo bianco illuminati da luce naturale, calma apparente del mercato dell'oro nasconde tensioni strutturali
Dietro la stabilità dei prezzi dell'oro in Vietnam, lo spread tra acquisto e vendita comprime i margini dell'intera filiera produttiva.

L'oro come materia prima: il costo nascosto per chi trasforma

La settimana appena conclusa ha visto i prezzi scendere di quasi 2 milioni di VND per tael, ma gli acquirenti che hanno comprato oro per rivenderlo hanno comunque perso circa 5 milioni di VND per tael. La perdita non deriva dal calo delle quotazioni, ma proprio dallo spread denaro-lettera: chi compra a 149,9 milioni e rivende subito dopo a 145 milioni — il prezzo di acquisto offerto da alcune gioiellerie — perde 4,9 milioni a prescindere dall'andamento del mercato.

Per un'impresa manifatturiera che trasforma l'oro in prodotto finito, questa dinamica ha un effetto duplice. Primo: il costo della materia prima è artificialmente gonfiato rispetto al benchmark internazionale, comprimendo i margini di trasformazione. Secondo: l'impossibilità di operare su contratti a termine obbliga a un'esposizione permanente al rischio prezzo, in un contesto dove la Federal Reserve — con il presidente Kevin Warsh — mantiene una politica monetaria restrittiva che gli analisti di TD Securities si aspettano possa allentarsi solo dopo i dati sull'inflazione di giugno.

Philip Streible, responsabile della strategia di mercato presso Blue Line Futures, ritiene che "dati sull'inflazione deboli potrebbero confermare che i prezzi dell'oro hanno toccato il fondo". Per i produttori vietnamiti, un rimbalzo delle quotazioni internazionali, senza una corrispondente riduzione dello spread domestico, significherebbe un ulteriore aggravio dei costi.

Cosa significa per chi produce

Il vero nodo per la filiera produttiva vietnamita non è il livello assoluto del prezzo dell'oro, ma il costo di accesso alla materia prima. Con uno spread che in alcuni negozi sfiora il 3,4% tra acquisto e vendita (4,9 milioni su 145 milioni), il mercato domestico funziona come un imbuto che drena liquidità dai trasformatori verso gli intermediari.

La scelta di smettere di vendere "sulla carta" elimina un canale speculativo — ed è un segnale di maturità del mercato — ma lascia scoperto il problema della pianificazione industriale. I laboratori che lavorano l'oro per l'export o per la gioielleria di alta gamma devono fronteggiare costi di approvvigionamento che non hanno eguali in nessun altro mercato asiatico, dove la competizione sui prezzi della materia prima è molto più serrata.

Nel breve termine, chi produce non ha alternative: accumulare oro fisico quando i prezzi internazionali scendono, nella speranza che lo spread domestico prima o poi si comprima. Una strategia che richiede capitale paziente e stomaco forte. Nel lungo termine, la sostenibilità della filiera orafa vietnamita dipenderà dalla capacità del mercato di ridurre quel differenziale che oggi rende l'oro made in Vietnam strutturalmente più caro di qualsiasi benchmark globale.

Fonti

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