L'oro resta sotto i 4.300 dollari l'oncia e tocca i minimi delle ultime cinque settimane. Per chi produce, trasforma e commercia metalli preziosi la notizia non è il ribasso in sé, ma il contesto in cui avviene: il rendimento del Treasury decennale americano al 5,04%, il livello più alto dal 2007, e un premio interno che sul mercato vietnamita vale circa 9,5 milioni di dong per oncia. Per la filiera, il calo della materia prima è meno vantaggioso di quanto suggerisca la quotazione.
Rendimenti al 5,04%: il costo del denaro per chi produce
Il rendimento del Treasury decennale statunitense, salito al 5,04% nella seduta del 15 settembre, è considerato il parametro di riferimento per i costi di finanziamento a livello globale. Per un'impresa manifatturiera o per un operatore della filiera dei metalli preziosi significa una cosa concreta: finanziare scorte di metallo, contratti di fornitura o linee di lavorazione costa quanto non accadeva da quasi vent'anni.
Il rialzo dei rendimenti è alimentato dall'aumento degli investimenti di capitale e dall'impennata dei prezzi dell'energia, che stanno aggravando le pressioni inflazionistiche. Il mercato assegna una probabilità del 92% a un rialzo dei tassi Fed di 25 punti base nella riunione in corso, con il tasso di riferimento atteso tra il 3,75% e il 4,00%. L'annuncio è previsto alle 18:00 GMT del 16 settembre, ovvero l'1:00 del mattino del 17 settembre ora del Vietnam.
Tassi più alti riducono l'attrattiva delle attività che non generano interessi, come l'oro, rispetto agli investimenti che offrono un rendimento. Per un produttore questo si traduce in un costo opportunità maggiore nel detenere metallo in magazzino invece di impiegare liquidità in strumenti a reddito fisso.
Il comparto dei preziosi non si muove in modo uniforme
Mentre l'oro arretra, gli altri metalli del comparto non seguono la stessa direzione. Nella giornata del 16 settembre l'argento spot è salito dello 0,3% a 63,41 dollari l'oncia, il platino dello 0,7% a 1.772,32 dollari e il palladio dello 0,1% a 1.294,14 dollari. Per chi acquista questi materiali come input produttivo la differenza conta: il costo dell'oro cala, quello degli altri metalli industriali tiene o sale.
Sul solo oro, le rilevazioni della giornata raccontano un mercato nervoso. All'apertura del 16 settembre lo spot è sceso a circa 4.263 dollari, ha recuperato quasi 50 dollari fino a 4.310 dollari, poi è tornato a scendere fino a circa 4.286 dollari. I future con scadenza a dicembre sul COMEX sono rimasti pressoché invariati a 4.325,9 dollari l'oncia. A settembre l'oro ha perso oltre il 3%, dopo aver superato brevemente i 4.700 dollari alla fine di agosto.
Premio interno tra 9,5 e 12 milioni di dong per oncia
Per la filiera vietnamita, il divario tra prezzo mondiale e prezzo interno è il dato che pesa sui costi di approvvigionamento. Nella mattina del 16 settembre il prezzo mondiale dell'oro, convertito al cambio Vietcombank, equivaleva a circa 135,8 milioni di dong per oncia, con un premio interno di circa 9,5 milioni di dong – vale a dire circa il 7% del prezzo mondiale (calcolo: 9,5 su 135,8).

Una seconda rilevazione, che usa il cambio del mercato libero a 25.880 VND/USD, stima il divario in 12 milioni di dong. Le due cifre non sono in contraddizione: dipendono dal tasso di cambio usato e dal momento di rilevazione, ma indicano lo stesso fenomeno. Per chi produce e commercia, il ribasso internazionale dell'oro si trasmette solo parzialmente ai prezzi di acquisto locali.
Nella mattina del 16 settembre SJC, Bao Tin Minh Chau, Bao Tin Manh Hai, PNJ, DOJI e Phu Quy quotavano i lingotti a 142,3-145,3 milioni di VND per oncia (acquisto-vendita), con un calo di 300.000 VND su entrambe le direzioni rispetto alla sessione precedente.
Analisi: perché il calo dell'oro non alleggerisce la filiera
Il ribasso del metallo giallo, dal picco sopra i 4.700 dollari di fine agosto ai 4.286 dollari del 16 settembre, vale circa l'8,8% (calcolo: 414 dollari di differenza sul riferimento di 4.700). Per un produttore, questo calo va però incrociato con tre voci che viaggiano in direzione opposta.
La prima è il costo del denaro: rendimenti al 5,04% e un probabile rialzo Fed rendono più caro finanziare scorte e capitale circolante. La seconda è il premio interno, che assorbe circa il 7% del prezzo mondiale. La terza è la bolletta energetica: il petrolio Brent è rimasto intorno ai 108 dollari al barile e il WTI sopra i 105 dollari, dopo due sedute consecutive di forti rialzi legate all'incertezza sulla chiusura dell'oleodotto saudita East-West e ai ritardi nelle consegne di Saudi Aramco ad alcuni clienti europei.
Daniel Pavilonis, stratega di mercato senior di StoneX, ha spiegato che "l'aumento dei prezzi dell'energia fa crescere l'inflazione. Un'inflazione più elevata può portare a tassi di interesse più alti. Questo non è un bene per l'oro… Attualmente i prezzi dell'oro fluttuano all'interno di un intervallo piuttosto limitato. L'oro potrebbe addirittura scendere ulteriormente se i tassi di interesse continuassero a salire".
Sulle prospettive, Jesse Colombo, analista indipendente di metalli preziosi e fondatore di BubbleBubble Report, ritiene che un rialzo Fed di 25 punti base possa comunque lasciare spazio a un recupero lieve dell'oro, mentre una Fed ferma favorirebbe un rimbalzo più brusco. Per Tran Duy Phuong, il mercato dell'oro si muove secondo la logica "vendi sulla voce, compra sulla verità", e il calo prima della riunione Fed potrebbe essere un segnale positivo, con un possibile ritorno verso 4.560 dollari l'oncia. OCBC prevede oro a 4.600 dollari entro dicembre 2026 e argento a 69,70 dollari.
Per la filiera, la conclusione operativa è che il ribasso della materia prima non compensa la somma di costo del capitale e costo dell'energia. Chi lavora oro e metalli preziosi deve fare i conti con un margine che resta sotto pressione anche quando la quotazione scende: l'oro costa meno, ma produrlo e finanziarlo costa di più.
Fonti
- Vietnam.vn
- Vietnam.vn
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- Marketscreener.com
- ANSA.it
- Finance.yahoo.com





