Oro, la corsa costa cara all’industria: le banche centrali comprano, i produttori di gioielli soffrono

Il rimbalzo dell'oro oltre i 4.060 dollari l'oncia dopo il dato CPI americano di giugno 2026 nasconde una dinamica che sta comprimendo i margini dell'intera filiera produttiva. Con lo spread tra prezzo di acquisto e vendita che in Vietnam ha toccato punte di 3,0 milioni di VND per tael e le banche centrali che drenano tonnellate di metallo fisico dal mercato, chi trasforma l'oro in gioielli o componenti industriali affronta costi di approvvigionamento sempre più alti e imprevedibili.

La volatilità non è un dettaglio tecnico per trader: per un laboratorio orafo che consuma 20 once d'oro al mese, come quelli monitorati nelle scorse settimane, il costo aggiuntivo rispetto al prezzo spot internazionale supera i 350 milioni di VND mensili. Un aggravio che arriva in un momento in cui l'inflazione core USA è scesa al 2,6% ma i costi energetici restano elevati, con il Brent sopra gli 86 dollari al barile a causa delle tensioni nello Stretto di Hormuz.

Lo spread che strangola i trasformatori

Il mercato vietnamita dell'oro funziona come un termometro estremo delle frizioni nella filiera. Il 14 luglio 2026, i lingotti SJC quotavano tra 144,5 e 147,5 milioni di VND per tael presso Saigon Jewelry Company, con un differenziale di 3 milioni di VND tra acquisto e vendita nella stessa giornata.

Per un'impresa che trasforma oro in gioielli, questo spread è un costo operativo immediato. Non si tratta di speculazione: ogni oncia acquistata per la produzione parte già con un premio che può superare il 2% rispetto al prezzo spot di chiusura di 4.008 dollari l'oncia registrato a giugno 2026. Quando il prezzo oscilla in un range intraday di oltre 100 dollari – come accaduto il 14 luglio con un minimo di 3.985 e un massimo di 4.101,50 dollari – il rischio di sbagliare il timing di acquisto diventa strutturale.

Alcune gioiellerie di Hanoi, già a inizio luglio, hanno smesso di vendere oro «sulla carta», accettando solo consegne fisiche immediate: un sintomo di una filiera che non si fida più dei prezzi differiti perché la volatilità li rende insostenibili.

Banche centrali: la domanda che sottrae materia prima al mercato

L'elemento che distingue questa fase da altre correzioni dell'oro è il comportamento degli acquirenti istituzionali. La Banca Nazionale Polacca ha acquistato 82 tonnellate d'oro dall'inizio del 2026, secondo quanto dichiarato dal governatore Adam Glapiński, che ha spiegato: «Abbiamo continuato ad acquistare oro, approfittando dei recenti ribassi dei prezzi».

Il messaggio è chiaro: quando il prezzo spot è sceso da 191,3 milioni di VND/oncia (il picco del 2 marzo 2026) a 148,5 milioni, con un calo del 22%, le banche centrali non sono scappate. Hanno comprato. Questo comportamento da compratore anticiclico sottrae fisicamente lingotti dal mercato disponibile per la trasformazione industriale e orafa.

Lingotti d'oro e gioielli artigianali su banco illuminato, il costo delle materie prime comprime l'industria orafa
Il caro-oro alimentato dagli acquisti delle banche centrali mette in difficoltà i produttori di gioielli e i laboratori artigianali.

L'impatto sulla filiera è duplice:

  • Minore disponibilità di metallo fisico nei canali commerciali ordinari, con allungamento dei tempi di approvvigionamento per i produttori.
  • Pressione al rialzo sul premio richiesto dai grossisti, che sanno di poter vendere a istituzioni disposte ad assorbire grandi volumi senza negoziare sullo spread.

Energia e argento: l'effetto domino sui costi di produzione

Chi produce gioielli non compra solo oro. L'argento, utilizzato in leghe e processi di saldatura, ha chiuso il 14 luglio a 58,79 dollari l'oncia con un rialzo del 2% nella seduta. Il platino è salito dell'1,6% a 1.629,83 dollari, il palladio ha registrato un balzo del 4,8% a 1.307,30 dollari.

Tutti i metalli preziosi si muovono insieme, spinti dallo stesso catalizzatore (il dato CPI e le aspettative sulla Fed) ma con una differenza cruciale per l'industria: argento, platino e palladio hanno utilizzi manifatturieri molto più estesi dell'oro. Il palladio serve ai catalizzatori automobilistici, l'argento all'elettronica. Quando i prezzi salgono in sincrono, chi produce componenti industriali subisce un aumento dei costi su più fronti contemporaneamente.

A questo si aggiunge il costo energetico. Le tensioni tra Stati Uniti e Iran hanno spinto il petrolio ai massimi da un mese. Petros Pantzari, direttore del trading presso Monaxa, ha avvertito che «le prospettive economiche statunitensi rimangono incerte, soprattutto considerando che i prezzi del petrolio mostrano segnali di un nuovo rialzo». Per un laboratorio orafo o una fonderia di metalli preziosi, l'energia è la seconda voce di costo dopo la materia prima. L'oro può anche scendere, ma se il gas e l'elettricità salgono, produrre resta caro.

Quanto incide davvero lo spread sul costo industriale

Un calcolo concreto, basato sui dati di mercato del 14 luglio, aiuta a dimensionare il problema. Prendiamo il prezzo di acquisto dell'oro PNJ alle 14:51 del 14 luglio: 143.500 VND per unità di peso, contro un prezzo di vendita di 147.000 VND. Lo spread è di 3.500 VND, pari al 2,44% del prezzo di acquisto.

Per un'impresa che trasforma 20 once d'oro al mese (circa 566 grammi), ipotizzando un prezzo medio di acquisto allineato a quello PNJ, il costo mensile della sola materia prima si aggira intorno a 2,87 milioni di VND. Lo spread di 3.500 VND per unità aggiunge circa 70.000 VND al mese di costo puro di intermediazione, denaro che non si trasforma in valore aggiunto ma viene assorbito dalla distorsione del mercato.

Se a questo si somma il differenziale tra prezzo interno vietnamita e spot internazionale – che ha raggiunto punte di 16,3 milioni di VND per oncia – il quadro per i trasformatori è di una compressione strutturale dei margini, destinata a durare finché il premio sul mercato domestico non si riallineerà.

L'oro a 4.500 dollari l'oncia previsto per il 2027 dall'esperto Nguyen Tri Hieu non è una buona notizia per chi deve comprarlo per lavorarlo: ogni rialzo del metallo prezioso, senza un corrispondente aumento del prezzo finale dei manufatti, erode la redditività della filiera a valle. E in un mercato in cui le banche centrali comprano a qualsiasi prezzo, i produttori sono l'ultimo anello della catena.

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