Oro in Vietnam: lo spread record affossa la filiera produttiva, pesa sui costi industriali

Il 23 luglio il lingotto SJC è sprofondato a 135-140 milioni di VND/oncia, con un crollo di 7 milioni in acquisto e 6 milioni in vendita rispetto a ieri. Ma il dato che gela le imprese manifatturiere è lo spread denaro-lettera schizzato a 5 milioni di VND/oncia, un livello record che nessuna azienda trasformatrice può ignorare: chi usa oro, argento e platino come input produttivo si trova a operare in un mercato dove il prezzo di riacquisto è crollato molto più velocemente di quello di vendita, creando un disallineamento che distorce i costi di approvvigionamento e rende impossibile pianificare la tesoreria.

La dinamica è ancora più paradossale se letta in controluce con il mercato globale: mentre l'oro spot internazionale saliva fino a 4.160 USD/oncia nella notte del 22 luglio (livello massimo da due settimane), il mercato interno vietnamita è andato in direzione opposta. La ragione è un'ondata di vendite forzate da parte di detentori locali, come riportato da Tuoi Tre, innescata anche dalla crisi di fiducia seguita allo scandalo dei diamanti di contrabbando nel sistema SJC. Per i produttori, questo significa una cosa sola: il prezzo dell'oro fisico in Vietnam oggi non riflette il valore della materia prima, ma una crisi di liquidità locale.

I metalli industriali restano sotto pressione: argento, platino e palladio

Chi produce elettronica, catalizzatori, pannelli fotovoltaici o gioielleria segue con la stessa apprensione anche gli altri metalli preziosi. Il 23 luglio l'argento spot quota 59,15–59,78 USD/oncia, in rialzo frazionale (+0,1%), ma il quadro da inizio anno resta pesante: secondo i dati già riportati nelle scorse settimane, l'argento ha perso oltre il 53% dal picco di gennaio 2025. A livello domestico, Phu Quy quota l'argento a 2,227–2,296 milioni di VND/oncia, un differenziale che riflette costi di importazione e tassi di cambio ma che per un'azienda galvanica o fotovoltaica si traduce in un costo della materia prima ancora molto volatile.

Platino e palladio, cruciali per la filiera automotive (catalizzatori) e per l'industria chimica, segnano rispettivamente 1.646,57 USD/oncia e 1.296,50 USD/oncia. L'aumento del petrolio oltre gli 87 USD/barile WTI — spinto dalle tensioni USA-Iran e dagli attacchi Houthi alle petroliere nel Mar Rosso — sta alimentando due pressioni contemporanee su chi produce: da un lato il rincaro dell'energia (voce di costo primaria per fonderia e raffinazione), dall'altro le aspettative di politica monetaria restrittiva della Fed, che mantengono i rendimenti obbligazionari elevati (Treasury a 10 anni vicino al 4,6%) e penalizzano la domanda speculativa di metalli, deprimendone il prezzo spot ma non la volatilità.

Lingotti d'oro su un banco industriale in acciaio, costo dell'oro in Vietnam tra spread record e impatto sulla filiera produttiva
Lo spread denaro-lettera record dell'oro in Vietnam rende impossibile pianificare la tesoreria per le imprese manifatturiere.

Perdite fino a 35,5 milioni VND/oncia: il costo occulto della volatilità per le imprese

Un dato dalle fonti illustra con precisione chirurgica cosa significhi questa dinamica per un'azienda che detiene scorte di oro fisico: chi ha acquistato lingotti SJC a inizio aprile 2026 a 176,7 milioni di VND/oncia e vende oggi a 141-143 milioni sta realizzando una perdita secca tra 33,7 e 35,5 milioni di VND/oncia, a seconda del marchio. Mi Hong registra il rosso peggiore (-35,5 milioni), Bao Tin Minh Chau segue a ruota (-34,3 milioni).

Per un'impresa orafa o elettronica che lavora l'oro come materia prima, questo non è un problema di investimento: è un costo operativo reale. Significa aver immobilizzato capitale circolante in scorte che in meno di quattro mesi hanno perso circa il 20% del loro valore di realizzo. Se a questo si aggiunge lo spread denaro-lettera di 5 milioni di VND/oncia, qualsiasi operazione di copertura o di realizzo immediato delle rimanenze diventa proibitiva.

L'analisi: quanto costa la volatilità alla filiera

Per dare una dimensione concreta al fenomeno, consideriamo i dati forniti dalle fonti. Il prezzo mondiale dell'oro ha perso 208 USD/oncia da inizio 2026, un calo del 4,8%. Convertito al tasso Vietcombank di 26.520 VND/USD, questa svalutazione corrisponde a circa 5,5 milioni di VND/oncia di perdita puramente legata al prezzo internazionale. Ma la perdita reale per chi opera sul mercato vietnamita è stata più che doppia: il differenziale tra prezzo interno e globale, che il 22 luglio era di circa 14,7 milioni di VND/oncia, ha funzionato da amplificatore al ribasso.

Paul Ciana, analista tecnico di Bank of America, avverte che «l'attuale correzione dei prezzi dell'oro potrebbe richiedere più tempo», mentre Goldman Sachs, tramite Samantha Dart, prevede un possibile recupero a 4.900 USD/oncia entro fine 2026, trainato da fattori ciclici. Nel frattempo, però, chi produce deve fare i conti con un mercato fisico dove la domanda industriale cinese — stimata in 48 tonnellate di acquisti OTC a maggio e 15 tonnellate ufficiali a giugno da parte della PBoC — continua a sostenere i prezzi globali, ma non basta a stabilizzare il mercato vietnamita, che sconta dinamiche di liquidità e fiducia tutte locali.

I produttori che dipendono dall'oro come materia prima si trovano quindi in una morsa: i prezzi globali restano alti per via della domanda delle banche centrali e delle tensioni geopolitiche, ma il mercato interno non segue, rendendo le scorte un asset completamente imprevedibile. La vera notizia per la filiera non è il prezzo di oggi, ma la frantumazione del meccanismo di formazione del prezzo domestico dell'oro, che rende il Vietnam un'isola di volatilità in un mercato globale già teso.

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