I lingotti SJC perdono fino a 1,1 milioni di VND/oncia in poche ore, gli anelli oscillano in una forchetta di 900.000 VND e il prezzo spot globale scivola dello 0,1% a 4.240,31 dollari: per le imprese manifatturiere che trasformano oro in gioielleria e componentistica elettronica, il 7 agosto 2026 è una giornata di stop agli acquisti e ricalcolo dei margini. La volatilità intraday — rialzo in apertura, inversione e calo nel pomeriggio — congela le decisioni di approvvigionamento lungo tutta la filiera produttiva.
Quanto costa oggi un'oncia d'oro alle imprese vietnamite
Alle 6:30 del mattino del 7 agosto, il prezzo spot dell'oro sul mercato asiatico si attestava a 4.244 dollari l'oncia, in rialzo di 59 dollari rispetto alla stessa ora di ieri. Ma l'intonazione positiva della notte si è esaurita rapidamente: nella seduta di giovedì il prezzo è sceso dello 0,1% a 4.240,31 dollari, mentre i future USA chiudevano a 4.299,60 dollari.
Sul mercato interno, il prezzo di vendita dei lingotti SJC è sceso a 142,7 milioni di VND/oncia, con un calo documentato di 1,1 milioni di VND/oncia presso Bao Tin Minh Chau e Phu Quy. Lo spread fra acquisto e vendita resta ampio: 3 milioni di VND/oncia per i lingotti SJC, da 3 a 4 milioni per gli anelli.
| Marchio | Prodotto | Prezzo acquisto (mln VND/oncia) | Prezzo vendita (mln VND/oncia) | Variazione vs ieri |
|---|---|---|---|---|
| Bao Tin Manh Hai | Lingotti SJC | 139,7 | 142,7 | -600.000 VND |
| Bao Tin Minh Chau | Lingotti SJC | 139,7 | 142,7 | -1,1 mln VND |
| Phu Quy | Lingotti SJC | 139,7 | 142,7 | -1,1 mln VND |
| Mi Hong | Lingotti SJC | 139,5 | 141,3 | — |
| Doji (Hanoi) | Anelli 9999 | 140,0 | 144,0 | -200.000 VND |
| Phu Quy | Anelli 999,9 | 139,7 | 142,7 | -1,1 mln VND |
| Bao Tin Manh Hai | Anelli blister | 140,2 | 144,2 | stabile |
Per un'azienda orafa che acquista 10 oncia di lingotti SJC da Phu Quy, il calo di 1,1 milioni di VND/oncia significa un risparmio immediato di 11 milioni di VND sull'acquisto rispetto a ieri mattina. Ma lo spread di 3 milioni impone un rialzo del 2,1% rispetto al prezzo di acquisto perché la posizione torni in pari: un margine che comprime la redditività delle lavorazioni, specie per la gioielleria a basso valore aggiunto.
Perché il petrolio iraniano cambia il costo dell'oro lavorato
Il meccanismo che ha spento il rialzo dell'oro è legato all'energia, non direttamente al metallo prezioso. L'agenzia semi-ufficiale iraniana Fars ha riferito che una commissione parlamentare sta esaminando una bozza di legge per vietare il transito nello Stretto di Hormuz alle navi provenienti da Stati Uniti, Israele e altri paesi considerati "ostili". Lo stretto trasporta circa il 20% del commercio mondiale di petrolio: la proposta ha fatto salire il greggio di oltre 3 dollari al barile.

L'aumento del petrolio spinge i costi di produzione e trasporto, alimentando le aspettative di inflazione. Jim Wyckoff, analista dell'American Gold Exchange, spiega che il mercato ha reagito con forza proprio perché petrolio più caro significa pressione inflazionistica, e inflazione più alta aumenta la probabilità che la Federal Reserve mantenga tassi di interesse elevati più a lungo. Per l'oro, bene che non genera rendimenti, tassi elevati significano minor appeal per gli investitori.
Tradotto in termini di filiera: un'impresa che trasforma oro in componenti per l'industria elettronica — contatti placcati, bonding wire, connettori — deve gestire simultaneamente due voci di costo in tensione opposta: la materia prima che scende e l'energia per fonderla e lavorarla che sale. Il bilancio netto dipende dall'intensità energetica del processo: per le fonderie, dove il gas incide fino al 18-22% dei costi operativi, il rally petrolifero compensa parte del risparmio sull'oro.
Il nodo dei tassi Fed condiziona gli acquisti delle banche centrali asiatiche
Il mercato stima al 57% la probabilità di un rialzo dei tassi Fed a settembre e all'84% entro dicembre. Michele Schneider, Chief Market Strategist di MarketGauge, ha indicato i continui acquisti da parte delle banche centrali — inclusi Cina e Corea del Sud — insieme all'aumento del debito globale come fattori chiave a sostegno dell'oro nel medio termine.
Per i produttori vietnamiti è un'informazione operativa: la domanda strutturale delle banche centrali asiatiche mantiene un pavimento sotto i prezzi anche quando le tensioni geopolitiche spingono al rialzo l'energia. Significa che il costo della materia prima difficilmente tornerà sotto i 139 milioni di VND/oncia nel breve periodo, e le imprese che avevano rimandato gli acquisti sperando in un calo più marcato rischiano di trovare un floor tecnico già raggiunto.
I dati di Phu Quy e Bao Tin Manh Hai mostrano che il prezzo di acquisto dei lingotti SJC è sceso a 139,7 milioni di VND/oncia: se il livello di supporto tecnico globale intorno ai 4.000 dollari/oncia regge — e Schneider riferisce di aver iniziato ad accumulare oro già a metà luglio, quando il metallo si era stabilizzato vicino ai minimi di giugno — le quotazioni vietnamite potrebbero aver già scontato la correzione.
Il vero punto di svolta per le decisioni di approvvigionamento arriverà venerdì con il rapporto sull'occupazione statunitense: un dato debole ridurrebbe le probabilità di rialzo dei tassi, indebolirebbe il dollaro e spingerebbe l'oro verso l'alto, cancellando l'attuale finestra di acquisto favorevole per i trasformatori.





