Oro e argento in calo: l’impatto sulla filiera industriale

Il crollo dei metalli preziosi arriva nel momento peggiore per chi li trasforma. Il 10 settembre 2026 l'oro spot ha perso oltre l'1% a 4.355,85 dollari per oncia, l'argento il 4,6% a 64,19 dollari, il platino il 5,5% e il palladio il 5,1%. Per i produttori si apre una finestra d'acquisto più favorevole, ma il vantaggio è parziale: nella stessa settimana il PPI statunitense è salito del 5,4% su base annua e il rendimento del Treasury a 10 anni è balzato al 4,943%, il massimo da ottobre 2023. Materie prime più economiche, energia e finanziamenti più cari: la filiera industriale incassa il calo senza poterlo contabilizzare come un guadagno netto.

Argento, platino e palladio alleggeriscono il conto delle materie prime

I tre metalli con la maggiore esposizione produttiva hanno perso terreno nella seduta del 10 settembre. Il platino è sceso del 5,5% a 1.791,13 dollari l'oncia, il palladio del 5,1% a 1.283,52 dollari, l'argento spot del 4,6% a 64,19 dollari. Su un orizzonte più ampio, una seconda rilevazione riporta l'argento a -6,5% in 24 ore, un movimento che in poche ore cancella settimane di programmazione degli acquisti.

Per chi compra queste materie prime, il problema non è la direzione ma la volatilità. Un metallo che perde il 5% in una seduta e recupera il giorno dopo rende impossibile fissare i prezzi dei contratti a valle. Chi ha scorte acquistate a prezzi più alti rischia svalutazioni contabili; chi ha rinviato gli ordini deve pianificare gli approvvigionamenti su una base che cambia ogni giorno.

Anche l'oro, la cui domanda industriale è più contenuta, ha chiuso la seduta del 10 settembre in calo di oltre l'1%, con un minimo di sessione a 4.323,78 dollari e future statunitensi in flessione dell'1,2% a 4.407,30 dollari. Il 12 settembre il metallo giallo era scambiato a 4.337 dollari l'oncia sul mercato spot, in calo dello 0,67% rispetto alla seduta precedente.

La filiera vietnamita taglia i prezzi su tutti i marchi

Il riflesso sull'economia reale è visibile in Vietnam, dove l'industria della gioielleria ha reagito con riduzioni diffuse in un solo giorno. La mattina del 12 settembre i lingotti SJC sono scesi di 1,2 milioni di VND per oncia sia in acquisto sia in vendita, a 142,4-145,4 milioni di VND. La stessa variazione ha riguardato PNJ, DOJI, Phu Quy, Bao Tin Manh Hai e Bao Tin Minh Chau. Mi Hong ha ridotto di 800.000 VND, con acquisto a 143,5 milioni e vendita a 145 milioni.

Gli anelli d'oro hanno registrato aggiustamenti ancora più marcati:

  • Bao Tin Manh Hai: anelli 24 carati a 142,6-146,6 milioni, in calo di 1,4 milioni su entrambi i lati
  • DOJI: anello 9999 Hung Thinh Vuong a 142,5-146,5 milioni, in calo di 1,5 milioni
  • Phu Quy: anello 9999,9 a 142,4-145,8 milioni, acquisto giù di 1 milione e vendita di 1,2 milioni
  • Bao Tin Minh Chau: anello Thang Long a 142,6-146,6 milioni, in calo di 1,4 milioni
  • SJC: anello 9999 a 141,5-144,5 milioni

Per i produttori di gioielleria la riduzione del prezzo d'acquisto alleggerisce il costo del metallo, ma il margine resta sotto pressione: il premio dei lingotti SJC sul prezzo internazionale il 12 settembre si aggirava intorno ai 10 milioni di VND per oncia, un divario che pesa sulla competitività della filiera domestica rispetto ai concorrenti regionali.

Lingotti d'oro e argento su un banco di lavoro industriale, metalli preziosi della filiera manifatturiera
Il calo di oro e argento riduce i margini della filiera industriale di trasformazione.

Rendimenti e PPI: il costo che cresce mentre le commodity scendono

Il PPI statunitense di agosto è salito dello 0,4% su base mensile e del 5,4% su base annua, con l'indice core in aumento dello 0,2% mensile e del 4,6% annuo. Una parte consistente dell'aumento, secondo l'analista di Capital.com Kyle Rodda, è riconducibile ai costi energetici: "I dati dell'indice dei prezzi alla produzione (PPI) indicano in parte che l'inflazione di base nell'economia statunitense è nuovamente aumentata, in parte a causa dell'aumento dei costi energetici."

Lo strumento FedWatch del CME assegna ora al 70-71% la probabilità di un rialzo dei tassi Fed di 25 punti base nella riunione del 15-16 settembre. Il rendimento del Treasury a 10 anni è balzato al 4,943%, il livello di chiusura più alto da ottobre 2023. In Europa, la BCE ha alzato i tassi di 25 punti base: il tasso sui depositi sale al 2,50%, quello di rifinanziamento al 2,65%, il marginale sui prestiti al 2,90%.

Per una filiera, il conto è doppio. Il risparmio sul costo delle materie prime — anche dell'1% o del 5% — viene in parte riassorbito dall'aumento del costo del denaro, che pesa sui contratti di fornitura a lungo termine, sul capitale circolante necessario per acquistare le scorte e sugli investimenti in impianti. Le bollette energetiche più care, che hanno alimentato lo stesso PPI, erodono ulteriormente il margine operativo.

Perché il pavimento dei 4.000 dollari tiene alto il costo per chi produce

Per la filiera industriale il punto non è quanto scenderà l'oro, ma quanto resterà caro. Secondo Anthony Kim, responsabile del trading globale di metalli presso Goldman Sachs, "nonostante le attuali difficoltà che il metallo prezioso sta affrontando, restiamo ottimisti sull'oro. Abbiamo bisogno di ulteriori dati economici e di vedere quali saranno le decisioni della Fed. Credo che il livello di 4.000 dollari rappresenti una zona di supporto estremamente forte. A questo prezzo, osserviamo una pressione d'acquisto da parte degli investitori istituzionali."

La domanda strutturale resta robusta. Secondo il World Gold Council, gli ETF globali sull'oro hanno attirato 18 miliardi di dollari ad agosto, il secondo afflusso più consistente della storia, e da inizio anno gli afflussi hanno raggiunto 29 miliardi di dollari, pari a un aumento di 160 tonnellate di riserve. Le banche centrali hanno aggiunto un netto di 23 tonnellate alle riserve a luglio, trainate da Cina e Polonia.

Il messaggio per chi produce è controintuitivo: il calo dell'oro non è una buona notizia durevole, perché la domanda istituzionale continua ad agire da pavimento. La filiera non deve ragionare su un crollo dei prezzi, ma su oscillazioni a un livello storicamente elevato.

Il CPI è il prossimo test per la filiera

Il fattore che sposta la filiera nelle prossime settimane è il dato sull'inflazione al consumo (CPI) americano, che precede la riunione della Fed del 15-16 settembre. Un dato più caldo delle attese riporterebbe al rialzo rendimenti e dollaro, penalizzando tanto i margini di chi produce quanto il costo delle scorte. Un rallentamento darebbe respiro alle pianificazioni di approvvigionamento e ridurrebbe l'urgenza di coperture.

Per un responsabile acquisti della filiera dei metalli preziosi, la settimana del 15 settembre è il vero appuntamento: dalla decisione della Fed passa il costo del capitale, dal CPI la sostenibilità di qualsiasi strategia di acquisto a medio termine.

Fonti

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