Il crollo dell’oro sotto la soglia psicologica dei 4.000 dollari l’oncia non è solo una notizia per trader e investitori. È un terremoto che si propaga lungo tutta la filiera produttiva: dai laboratori orafi che faticano a gestire il differenziale di prezzo con il mercato internazionale, alle gioiellerie che vedono allargarsi lo spread denaro-lettera fino a 3 milioni di VND/oncia (Fonte 1), con costi di approvvigionamento che restano artificialmente alti mentre le quotazioni globali scendono. In Vietnam il prezzo dei lingotti SJC è arrivato a 147,5 milioni di VND/oncia il 19 luglio, ma il calo rispetto alla settimana precedente è stato di 2,4 milioni di VND/oncia (Fonte 1), creando perdite immediate per chi aveva acquistato a prezzi più elevati — un danno che colpisce prima di tutto gli operatori del settore, non gli speculatori.
Lo spread elevato distorce il costo della materia prima
Il differenziale tra prezzo domestico e internazionale dell’oro si mantiene intorno a 19,2 milioni di VND per tael (Fonte 1). Tradotto in termini produttivi: un laboratorio orafo vietnamita paga l’oro grezzo circa il 15% in più rispetto a quanto costerebbe su un mercato allineato alle quotazioni globali. È un costo aggiuntivo che si scarica su tutta la catena: dalla manifattura di gioielli fino al dettaglio.
La situazione è aggravata dal fatto che lo spread denaro-lettera — cioè la differenza tra prezzo di acquisto e di vendita praticato dalle aziende commerciali — è arrivato a punte di 4,9 milioni di VND/oncia durante la settimana, per poi assestarsi intorno ai 3 milioni a fine settimana (Fonte 4). Per un’impresa che trasforma oro in gioielli, questo significa che acquistare materia prima e rivenderla dopo la lavorazione comporta una perdita secca del 2-3% solo sullo spread, prima ancora di considerare i costi di produzione.
La domanda di anelli d’oro mette sotto pressione la distribuzione
La volatilità dei lingotti SJC ha spinto la domanda verso gli anelli in oro 9999, un prodotto più accessibile e percepito come meno speculativo. In molti negozi di Hanoi e Ho Chi Minh City, le scorte di anelli si esauriscono già nelle prime ore del mattino (Fonte 4). Diverse attività commerciali sono state costrette a limitare le vendite a un quantitativo compreso tra 1 tael e 1 oncia per cliente, a seconda della disponibilità in filiale.
Questo razionamento della materia prima crea un doppio problema per la filiera:
- I laboratori orafi faticano a pianificare la produzione perché l’approvvigionamento di oro grezzo è incerto e vincolato a limiti giornalieri.
- Le gioiellerie indipendenti perdono margini perché devono competere con i grandi marchi (SJC, DOJI, PNJ) che controllano i canali di distribuzione dei lingotti.
Nel frattempo la sospensione del sistema di registrazione online per l’acquisto di lingotti SJC — fermo dal 6 aprile 2026 per aggiornamenti tecnologici — ha spostato la domanda verso i portali delle quattro banche commerciali statali, ma i problemi di congestione della rete e l’esaurimento delle disponibilità in pochi secondi hanno creato un mercato parallelo di servizi di intermediazione, con commissioni tra 350.000 e 500.000 VND a transazione (Fonte 4). Un costo informale che si aggiunge al prezzo ufficiale e che altera ulteriormente la catena di approvvigionamento per i piccoli produttori.

L’impatto sui costi delle imprese manifatturiere
L’aumento dei tassi di interesse bancari sta producendo un effetto collaterale rilevante per la filiera orafa. Con i tassi sui depositi online a 12 mesi che hanno raggiunto il 7-7,3% annuo presso Timo Digitalbank, PG Bank e OceanBank, e con MB Bank e HDBank che offrono tassi ancora più alti su depositi vincolati (Fonte 4), parte del capitale che prima fluiva nell’oro come bene rifugio sta tornando verso i conti di risparmio.
Per i produttori questo significa due cose:
- Minore liquidità disponibile per finanziare l’acquisto di materia prima, in un contesto in cui il credito bancario cresce più lentamente dei depositi e diverse banche stanno alzando i tassi attivi.
- Maggiore competizione sul fronte del finanziamento: con rendimenti dei titoli di Stato USA al 4,57% e un dollaro forte (indice DXY a 100,54 punti — Fonte 7), il costo-opportunità di detenere oro fisico in magazzino aumenta, e le imprese orafe con scorte elevate subiscono una doppia pressione: calo del valore dell’inventario e aumento del costo del capitale immobilizzato.
Come ha osservato Chris Gaffney, Presidente dei Mercati Globali di EverBank: «La soglia dei 4.000 dollari l’oncia rappresenta un importante punto di riferimento psicologico per i singoli investitori e, se il prezzo dell’oro dovesse superare tale livello e continuare a scendere, potremmo assistere a un forte calo dei prezzi dell’oro nel breve termine» (Fonte 2). Per la filiera produttiva, un’eventuale rottura al ribasso del supporto a 4.000 dollari non sarebbe solo un segnale di mercato, ma un fattore di stress operativo: le aziende con contratti di acquisto a prezzo fisso si troverebbero a pagare la materia prima più di quanto varrebbe sul mercato al momento della vendita del prodotto finito.
Analisi: una filiera che produce al 15% sopra il prezzo mondiale è strutturalmente fragile
Mettendo insieme i dati: un laboratorio orafo vietnamita paga l’oro grezzo con un sovrapprezzo del 15% rispetto al mercato internazionale, subisce uno spread denaro-lettera del 2-3% al momento della vendita, opera in un contesto di razionamento della materia prima (limiti di 1 oncia per cliente) e affronta costi di finanziamento in aumento per mantenere le scorte. Il risultato è una compressione dei margini che colpisce in modo asimmetrico i produttori più piccoli, quelli senza accesso diretto ai canali di approvvigionamento privilegiati delle grandi aziende statali.
Paul Wong, stratega di mercato di Sprott Inc., ha segnalato che «i prezzi dell’oro sono attualmente in una fase di ipervenduto» e che «la probabilità di un punto di minimo sta aumentando» (Fonte 2). Ma anche in uno scenario di rimbalzo tecnico, il differenziale tra prezzo domestico e internazionale in Vietnam resta una distorsione che nessuna dinamica di mercato sta correggendo: le azioni di intervento interministeriale della scorsa settimana hanno calmierato la speculazione senza però intaccare il gap strutturale dei prezzi (Fonte 4).
Per i gioiellieri e i trasformatori di oro, il messaggio è chiaro: finché il sovrapprezzo locale si manterrà tra 19 e 21 milioni di VND al tael rispetto al prezzo mondiale convertito, produrre gioielli in Vietnam costerà sistematicamente più caro che nei mercati allineati alle quotazioni internazionali. In attesa di nuovi catalizzatori — un segnale chiaro della Fed sui tassi, una distensione geopolitica che allenti la pressione sul petrolio a 80 dollari al barile — la filiera orafa vietnamita resta esposta a un rischio di margine che non dipende dalla domanda finale, ma dalla struttura dei prezzi a monte.
Fonti
- Báo Sức khỏe Đời sống: prezzi oro 19 luglio
- Báo Quốc Tế: prezzi oro 20 luglio, catalizzatori
- Vietnam.vn
- Báo Tin Tức: interventi politici intersettoriali
- Báo Đồng Nai: andamento fine settimana SJC
- Báo Quốc Tế: impennata ultimo minuto 19 luglio
- Báo Dân trí: fattori che influenzano il mercato
- Báo Giáo dục và Thời đại: prezzi 18 luglio
- Báo An Giang: tendenza ribassista 18 luglio




