Oro a 147,5 milioni di VND al tael: quanto pesa sui conti della manifattura vietnamita

I lingotti d’oro SJC hanno toccato oggi 147,5 milioni di VND al tael in vendita, con un balzo di 900.000 VND rispetto alla mattinata del 18 luglio. La fiammata segue il recupero del prezzo mondiale sopra quota 4.019 dollari l’oncia, ma per chi produce in Vietnam il dato che conta è un altro: la materia prima aurea costa alle imprese locali fino a 20,4 milioni di VND in più al tael rispetto a quanto pagherebbero sui mercati internazionali. Un gap che non è mai sceso sotto i 19 milioni nell’ultimo mese e che oggi torna a salire, comprimendo i margini di gioiellieri, laboratori orafi e industria elettronica di precisione.

Quanto incide il differenziale sul costo della materia prima per i produttori

Con il prezzo mondiale convertito a circa 127,1 milioni di VND al tael (tasso Vietcombank a 26.226 VND/USD, ore 14:00 del 18 luglio), il listino interno dei lingotti SJC viaggia con un sovrapprezzo di 20,4 milioni di VND al tael. In percentuale, la materia prima costa agli operatori vietnamiti il 16% in più rispetto alla quotazione internazionale.

Per un laboratorio orafo che acquista oro da fondere, il prezzo di riferimento non è tanto il lingotto SJC quanto il prezzo di acquisto degli anelli in oro 9999, oggi attestato tra 142,5 e 145 milioni di VND al tael a seconda del rivenditore. Mi Hong offre il prezzo di riacquisto più alto (145 milioni), mentre PNJ si ferma a 142,5 milioni. La differenza tra acquisto e vendita degli anelli arriva fino a 4 milioni di VND al tael (DOJI e Bao Tin Minh Chau), un costo di transazione che ogni impresa della filiera deve assorbire quando trasforma l’oro in prodotto finito.

“Il differenziale agisce come una tassa occulta sulla produzione”, si potrebbe sintetizzare guardando i numeri: un’officina che lavora 10 tael d’oro al mese paga, solo per il gap rispetto al prezzo mondiale, circa 200 milioni di VND in più rispetto a un concorrente con accesso diretto ai mercati internazionali.

Il nodo dei tassi Fed e l’effetto sulle scorte industriali

Il costo dell’oro non dipende solo dalla domanda locale. La Federal Reserve mantiene la priorità sulla lotta all’inflazione e il CME FedWatch Tool segnala una probabilità del 53% di un rialzo dei tassi a settembre. Il presidente Kevin Warsh, nella testimonianza al Congresso di questa settimana, ha ribadito la linea dura senza offrire indicazioni temporali precise.

Per le imprese manifatturiere vietnamite, lo scenario si traduce in un dilemma sulle scorte. Il sondaggio settimanale di Kitco News tra 14 analisti mostra che il 79% prevede un calo del prezzo dell’oro nella prossima settimana, con solo il 7% che scommette su un rialzo. I dati macroeconomici USA — richieste iniziali di sussidi scese a 208.000, indice manifatturiero della Fed di Filadelfia balzato a 41,4 punti — suggeriscono un’economia che non ha bisogno di stimoli monetari immediati, rafforzando il dollaro e penalizzando l’oro.

Lingotti d'oro su un banco da lavoro artigianale con utensili, costo materia prima nella manifattura in Vietnam
Il prezzo record dell'oro spinge il differenziale tra quotazioni internazionali e costo per le imprese vietnamite oltre 20 milioni di VND al tael.

Chi produce gioielli o componenti placcati in oro si trova davanti a un bivio: acquistare oggi a prezzi elevati per garantire la produzione, rischiando di vedere le quotazioni scendere nei prossimi giorni, oppure attendere esponendosi a ulteriori rialzi se le tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Iran dovessero spingere il petrolio — e con esso l’inflazione — ancora più in alto.

Il costo dell’argento per l’industria locale

L’argento non è solo un bene rifugio: è un metallo industriale che entra nelle leghe per saldatura, nei contatti elettrici e nella componentistica elettronica. Oggi quota 55,83 dollari l’oncia sul mercato mondiale, in recupero rispetto ai minimi settimanali.

Sul mercato interno, le quotazioni dell’argento restano compresse: Ancarat compra a 2,117 milioni di VND l’oncia e vende a 2,183 milioni, Phu Quy arriva a 2,191 milioni in vendita. Il prezzo al dettaglio si attesta intorno a 2,1 milioni di VND al tael, un livello che riflette una domanda industriale ancora debole.

Per i produttori che utilizzano argento come input — dai fabbricanti di pannelli fotovoltaici ai laboratori di argenteria — il differenziale tra prezzo di acquisto e vendita è meno penalizzante rispetto all’oro, ma la volatilità delle quotazioni mondiali rende complessa la pianificazione degli approvvigionamenti.

Un gap strutturale che frena la competitività

Se si confronta il differenziale odierno con quello registrato nelle ultime settimane — il 17 luglio si attestava intorno a 20,6 milioni di VND al tael, mentre le fonti di oggi indicano valori tra 19,1 e 20,4 milioni a seconda dell’ora di rilevazione — emerge un pattern costante: il sovrapprezzo dell’oro vietnamita oscilla in una banda ristretta tra 19 e 21 milioni, senza mai scendere sotto quella soglia. Non è un’anomalia di breve periodo, ma un costo strutturale che la manifattura locale paga da mesi.

L’impatto si propaga lungo tre direttrici: i laboratori orafi assorbono il gap comprimendo i margini o alzando i prezzi al consumo; l’industria elettronica che utilizza oro per connettori e schede deve competere con produttori che accedono alla materia prima a prezzi internazionali; le esportazioni di gioielli made in Vietnam partono con uno svantaggio di costo rispetto a concorrenti di altri mercati asiatici.

Con il 79% degli analisti intervistati da Kitco che prevede un calo dell’oro la prossima settimana, il differenziale potrebbe restringersi se i prezzi internazionali scenderanno più rapidamente di quelli domestici. Ma se la storia recente insegna qualcosa, è che il gap non si chiude mai del tutto: anche quando l’oro mondiale scende, i listini vietnamiti tendono a seguire con ritardo e minore intensità.

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