I prezzi dell’oro hanno superato quota 4.040 dollari l’oncia nella mattinata del 29 luglio 2026, mentre l’argento oscillava tra 57,94 e 58,08 dollari, con un progresso fino all’1,6% rispetto alla seduta precedente. Il movimento arriva a poche ore dalla decisione della Federal Reserve sui tassi, ma il dato più rilevante per le filiere produttive non è la quotazione in sé: è il combinato di volatilità infra‑seduta, divergenza tra metalli e previsioni di nuovi rialzi a fine anno a rendere più complessa la pianificazione degli approvvigionamenti industriali. Per chi utilizza argento, platino, palladio e rame come materie prime, ogni oscillazione si traduce in un costo operativo da gestire in tempo reale.
Prezzi in altalena: l’oro sale, ma non tutti i metalli seguono
Il 27 luglio l’oro spot aveva guadagnato lo 0,5% a 4.074,22 dollari l’oncia, mentre i future con scadenza agosto chiudevano a 4.077 dollari. Nella stessa seduta l’argento saliva a 58,44 dollari, il platino balzava del 2% a 1.620,34 dollari e il palladio segnava un +3,5% a 1.286,25 dollari. Un quadro molto diverso da quello del 29 luglio, quando – a poche ore dal verdetto della Fed – l’oro spot si attestava intorno a 4.040,63 dollari (+0,3%) mentre platino e palladio scendevano rispettivamente a 1.598,80 e 1.264,32 dollari, entrambi in calo dello 0,4%.
Non tutti i metalli industriali seguono la scia dell’oro. I future sul rame al London Metal Exchange hanno ceduto lo 0,4% a 13.638 dollari per tonnellata, mentre quelli statunitensi sono rimasti pressoché invariati a 6,275 dollari per libbra. Per un’impresa manifatturiera, questa divergenza intra‑settimanale significa che il costo del paniere di materie prime può cambiare direzione nel giro di 48 ore, rendendo più rischioso ogni acquisto non coperto.
L’effetto dei tassi e del dollaro sui costi delle commodity
Il dollaro ha perso terreno nella mattinata del 29 luglio, rendendo i metalli quotati in valuta americana più accessibili per i detentori di altre divise. Secondo il CME FedWatch Tool, i mercati scontano una probabilità del 68% che la Fed mantenga i tassi invariati, contro un 32% di un rialzo di 25 punti base. Più avanti, la probabilità di un aumento a settembre sale al 77%.
Questa aspettativa ha un impatto diretto sulle filiere produttive. Tassi più alti rafforzano il dollaro, il che di norma deprime i prezzi delle commodity in dollari, ma aumenta il costo effettivo per le aziende che comprano metalli usando valute diverse. Al contrario, se la Fed dovesse sorprendere con una retorica meno aggressiva – lo scenario che Kelvin Wong, analista di OANDA, indica come possibile innesco di un’inversione ribassista dei prezzi dell’oro – allora si aprirebbe una finestra di acquisto favorevole per chi deve fare scorta.

Nel frattempo, il crollo di oltre l’8% del petrolio Brent il 27 luglio ha attenuato i timori inflazionistici, proprio mentre l’indice MXV delle materie prime scivolava dell’1,8% a 2.760 punti. Meno inflazione significa meno urgenza per la Fed di alzare i tassi, ma per il manifatturiero il messaggio è duplice: da un lato i costi energetici scendono (almeno per chi non usa petrolio come materia prima diretta), dall’altro l’incertezza sulle prossime mosse della banca centrale continua a tenere i metalli su un filo, rendendo difficile bloccare i prezzi di fornitura.
Le previsioni di Commerzbank: argento a 67 dollari entro fine anno
Commerzbank ha aggiornato le stime il 28 luglio (martedì): per l’oro la previsione di fine anno è di 4.500 dollari l’oncia troy, per l’argento di 67 dollari. Rispetto ai 58,08 dollari della mattinata del 29 luglio, l’argento quoterebbe un potenziale rialzo di circa il 15% da qui a dicembre. Tradotto in termini industriali: un’azienda che consuma 100.000 once d’argento l’anno vedrebbe la spesa annua aumentare di oltre 890.000 dollari se la previsione si realizzasse, assumendo un prezzo medio costante. La stima va considerata con cautela – è un’opinione di un istituto di ricerca – ma segnala che il mercato si aspetta un contesto di prezzi sostenuti ancora per mesi.
Cosa significa per le imprese: pianificazione e coperture
Per chi produce utilizzando argento, platino, palladio o rame, il messaggio di queste settimane è che la volatilità resta la variabile dominante. I prezzi possono salire su attese di tassi fermi, per poi ripiegare se la Fed adotta una linea più morbida. Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente, con nuovi lanci missilistici e intercettazioni proprio mentre i mercati erano aperti il 29 luglio, hanno riportato il petrolio sopra il 4% e ricordato che ogni escalation può innescare rincari improvvisi anche sui metalli preziosi.
Pianificare gli acquisti a prezzo fisso diventa così più costoso, mentre coperture flessibili – come opzioni o contratti a termine negoziati di mese in mese – guadagnano quota nelle strategie di procurement. Per la prima volta da inizio 2026, i tassi sui certificati di deposito di una banca vietnamita (VPBank) hanno toccato il 9% annuo su scadenze da 6 a 13 mesi, un segnale indiretto che il costo del denaro sta salendo anche sui mercati emergenti e che gli strumenti di hedging potrebbero diventare più onerosi.
Se la Fed manterrà i tassi invariati e aprirà a una pausa più lunga, i prezzi dei metalli potrebbero scendere, offrendo un po’ di ossigeno ai bilanci delle imprese manifatturiere. Fino ad allora, ogni seduta resta un esercizio di gestione del rischio.






