Sacchetti di sabbia, mitragliatrici e una ventina di uomini con addestramento militare a bordo. Per la prima volta, una nave cisterna civile russa — la Marshal Vasilevskiy, gasiera del gruppo Gazprom in servizio sulla rotta del Baltico — è stata fotografata con un dispositivo difensivo da combattimento. La militarizzazione delle rotte energetiche non è più uno scenario teorico: dal Baltico allo Stretto di Hormuz, il trasporto di gas e petrolio avviene ormai in un contesto da conflitto. E i prezzi dell'energia, con il Brent inchiodato a 72 dollari al barile, incorporano questo nuovo rischio geopolitico strutturale.
La nave gaziera nel mirino: mitragliatrici e personale dell'intelligence
Le immagini diffuse dall'OCCRP (Organized Crime and Corruption Reporting Project) e scattate mesi fa dalla Guardia costiera estone mostrano una postazione con sacchetti di sabbia e mitragliatrici sul ponte della Marshal Vasilevskiy, nave porta-gas di proprietà di Gazprom, regolarmente in servizio sulla rotta per Kaliningrad, nel Baltico.
La Vasilevskiy non fa parte della cosiddetta flotta ombra usata per il traffico di greggio, ma è un'unità considerata strategica perché oltre ai trasporti regolari è in grado di lavorare il gas a bordo. Secondo l'inchiesta dell'OCCRP, insieme all'equipaggio civile viaggerebbero circa venti elementi con un passato militare, forse riconducibili ai servizi dell'FSB. È un passo ulteriore in una strategia già nota: da tempo si segnala la presenza di personale paramilitare o dell'intelligence sugli equipaggi delle petroliere fantasma russe.
Il Times allarga il quadro, riportando che Mosca starebbe installando mitragliatrici di grosso calibro anche sulle unità della flotta ombra, non soltanto sulle navi ufficiali come la Vasilevskiy.
La minaccia che ha spinto la Russia ad alzare questo scudo è concreta. Le forze speciali ucraine hanno condotto una campagna sistematica contro le petroliere russe usando mine magnetiche, droni kamikaze e barchini esplosivi telecomandati, colpendo nel Nord Europa, nel Mediterraneo, nel Mar Nero e al largo delle coste atlantiche africane. Due attacchi sono avvenuti a sud di Malta, condotti da un team ucraino basato in Libia. Droni marittimi sono stati recuperati da pescatori greci al largo di Kalamata e nel porto romeno di Costanza.
C'è una seconda spinta all'escalation: i paesi occidentali hanno iniziato a intercettare le petroliere russe per ispezioni in mare. Per gli analisti, il fatto che le mitragliatrici siano state lasciate deliberatamente esposte a eventuali ricognizioni è un segnale che Mosca vuole inviare agli avversari.

Petrolio a 72 dollari: la tregua a Hormuz e i mercati
Il Brent il 29 giugno quota intorno ai 72 dollari al barile, in rialzo dello 0,6% nella seduta; il WTI è a 70 dollari (+1%). Da inizio 2026 entrambi i benchmark segnano un rialzo di circa il 20%, anche se hanno quasi interamente cancellato i guadagni accumulati da quando è scoppiata la guerra con l'Iran a fine febbraio.
Il rimbalzo della seduta è legato alla tregua tra Stati Uniti e Iran, che dopo giorni di attacchi reciproci nello Stretto di Hormuz — l'ultimo dei quali ha colpito la superpetroliera Kiku con circa 2 milioni di barili caricati in Qatar — avrebbero concordato la sospensione delle ostilità. Domani, 30 giugno, è in programma un vertice a Doha tra le delegazioni dei due paesi. Secondo quanto riferito da un funzionario statunitense ad Axios, l'intesa prevede il transito gratuito delle navi per 60 giorni; scaduto quel termine, Teheran vorrebbe introdurre un sistema tariffario.
Centinaia di navi restano bloccate nel Golfo Persico e diversi armatori hanno sospeso i piani di uscita dall'area. La possibilità di far transitare petroliere vuote attraverso Hormuz verso il Golfo è cruciale per riavviare la produzione dopo mesi di interruzioni.
Sul piano tecnico, il Brent resta sotto la media mobile a 200 giorni, che passa a 78 dollari, un quadro ribassista mitigato dalla tenuta sopra quota 70 dollari.
Due teatri, una costante: il rischio geopolitico è strutturale
Baltistan e Hormuz sono due teatri molto diversi, ma la dinamica di fondo è la stessa: le rotte del commercio energetico sono diventate zone contese in cui attori statali e forze irregolari operano con logica militare. Il dispositivo difensivo sulla Vasilevskiy e le missioni ucraine con droni contro la flotta ombra russa, sommati al braccio di ferro tra Washington e Teheran nello Stretto di Hormuz, disegnano un panorama in cui il trasporto di greggio e gas non è più un'operazione commerciale ordinaria ma un'attività ad alto rischio.
Il Brent a 72 dollari, ben sotto la media mobile a 200 giorni di 78 dollari, riflette questa ambivalenza: da un lato il quadro tecnico è ribassista e la tregua a Hormuz allenta la pressione immediata; dall'altro, i 20% di rialzo da inizio anno mostrano che il premio per il rischio geopolitico non si è dissolto. Finché le rotte energetiche resteranno teatro di scontro — con fucili sul ponte e droni in acqua — il pavimento dei prezzi difficilmente scenderà molto sotto i livelli attuali.






