Il mercato del gas naturale sta vivendo una fase di sovrabbondanza produttiva che si traduce in un vantaggio concreto per le imprese manifatturiere energivore. Con il contratto future scambiato a 2.679 dollari per MMBtu a metà settimana e il prezzo fisico Henry Hub a 2.602 dollari, il costo della materia prima energetica resta su livelli contenuti. Chi produce sa che un gas abbondante e a basso prezzo non è solo una notizia da terminale di trading: è la voce più pesante nella bolletta di un’acciaieria, di un cementificio o di un impianto chimico che lavora a ciclo continuo.
Le scorte molto sopra la media mettono un tetto ai prezzi
Il dato che congela ogni velleità rialzista arriva dagli stoccaggi statunitensi: al 24 luglio i depositi contenevano 3.084 miliardi di piedi cubi di gas lavorabile, un surplus di 185 miliardi di piedi cubi rispetto alla media quinquennale. Tradotto in percentuale, il 6,4% di eccesso significa che l’industria può contare su una scorta-cuscinetto che assorbe picchi di domanda senza trasmettere tensioni ai prezzi.
L’iniezione settimanale di soli 28 miliardi di piedi cubi — inferiore alle attese — non ha scalfito il quadro complessivo. Con le scorte ben sopra la media e la produzione che continua a immettere volumi elevati, l’effetto calmierante sulla bolletta energetica delle imprese è destinato a durare.
La manutenzione Freeport e il rallentamento delle esportazioni GNL
Un altro tassello che spiega l’attuale debolezza strutturale dei prezzi è il rallentamento della domanda per l’export a causa del calo dei flussi verso gli impianti di liquefazione. I volumi destinati ai terminali di esportazione LNG statunitensi sono scesi a circa 17,2 miliardi di piedi cubi al giorno, penalizzati dalla manutenzione programmata presso l’impianto Freeport LNG in Texas. I lavori, avviati a luglio, dovrebbero proseguire fino alla parte finale di agosto.

Per le imprese che consumano gas come input produttivo, questo è un doppio vantaggio: meno gas spedito oltreoceano significa più disponibilità sul mercato domestico e — di riflesso — prezzi fisici più contenuti proprio nella fase estiva in cui molti stabilimenti programmano la produzione per la seconda metà dell’anno.
Cosa significa per chi produce
La contrazione mensile del 16,12% registrata a luglio rispetto a giugno non è solo una cifra per analisti finanziari. Un calo di questa portata, in un mercato che da marzo oscilla in un range ampio fra 2,495 e 3,494 dollari, si traduce in un costo energetico industriale più basso e più prevedibile per i settori esposti al gas naturale.
La componente speculativa conferma il trend: le posizioni corte nette dei trader non commerciali sono aumentate da -171,1 mila a -190,8 mila contratti secondo i dati CFTC diffusi il 31 luglio e riferiti alle posizioni del 28 luglio. In termini pratici, il mercato scommette sulla persistenza della debolezza dei prezzi — e per un’impresa manifatturiera che deve pianificare i costi energetici del trimestre successivo, questo offre un orizzonte di relativa stabilità.
Il vero punto di attenzione, per chi produce, è il livello di 2,495 dollari — il supporto di medio periodo corrispondente ai minimi di aprile. Se i prezzi si avvicinassero a quella soglia senza una contrazione della produzione, si aprirebbe per l’industria trasformatrice una finestra di costo energetico straordinariamente favorevole.






