Fondo Obelisco, Importanti Perdite per il Fondo Immobiliare di Poste Italiane

Nuove grane per gli investitori di Fondo Obelisco, il fondo immobiliare collocato da Poste Italiane e recentemente ritornato – suo malgrado – sotto l’attenzione mediatica.

Lanciato nel 2005 e pubblicizzato come una soluzione di investimento piuttosto redditizia e a basso rischio, ebbe un successo di grande rilievo: le sue quote, da 2.500 euro, furono acquistate per 70.000 volte. I risparmiatori pensavano che si sarebbe trattato di un successo, considerato che il fondo investiva in immobili e… quanto più sicuro di un mattone c’è in Italia?

In realtà, nessuno immaginava che quello strumento si sarebbe rivelata una grande delusione per tutti gli investitori, a causa delle gravi minusvalenze generate in seguito alla crisi del mercato immobiliare tricolore. Eppure, qualche segnale lo si aveva già avuto in tempi non sospetti: nel 2006 il Fondo, arrivato in Borsa, registrò un continuo calo delle quotazioni, tanto che a distanza di due anni le quote avevano perso buona  parte del loro valore, precipitando da 2.500 euro a 1.700 euro. A distanza di dieci anni, alla scadenza del termine, il valore delle quote del fondo era invece precipitato a 650 euro.

La società di gestione del Fondo aveva allora pensato di evitare il peggio prorogando i termini al 31 dicembre 2018, nell’evidente speranza di una ripresa economica e del mercato immobiliare: ripresa che non c’è stata (tranne per versi di marginale impatto) e che difficilmente ci sarà da qui a cinque mesi.

Quanta basta, dunque, per scatenare le polemiche da parte degli investitori, rivolte sia ai dirigenti del tempo sia ai dipendenti di Poste Italiane, che a dir loro non sarebbero stati in grado di individuare l’effettivo rischio del prodotto, con la conseguenza di proporlo a risparmiatori retail che non potevano sostenere quel concreto pericolo.

Insomma, quello che doveva essere un fondo immobiliare sicuro e redditizio, collocato da una “certezza” come Poste Italiane, ha finito con l’essere un flop. Ma di chi è la colpa? La responsabilità è degli investitori, che hanno approcciato a un prodotto dal rischio magari non tollerabile per loro, attratti dal rendimento presunto? Oppure è dei dirigenti, che non hanno avuto l’accortezza di evitare la strutturazione di un prodotto così potenzialmente rischioso verso una clientela evidentemente non professionale? O ancora dei dipendenti, che hanno collocato il prodotto anche nei confronti di clienti dal profilo molto prudente, poiché magari stretti da pressioni di natura commerciale?

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