Cuba pensa ad una sua Criptovaluta per evitare l’Embargo USA

Tempo addietro, il governo venezuelano, a seguito della forte crisi economica, aveva in cantiere un offerta pubblica iniziale relativa ad una moneta digitale, denominata Petro. L’obiettivo di fondo verteva tutto attorno alla possibilità di evitare le sanzioni e gli embarghi finanziari statunitensi ed internazionali. L’idea del dittatore Nicolás Maduroaveva non ha purtroppo avuto seguito. Sulla stessa falsariga di quanto indicato, in un arco temporale dominato dalle criptovalute, come si evidenzia con il caso Libra di Facebook, vi sono numerose nazioni che hanno in programma novità a tema: tanto per dirne una, anche Cuba è seriamente intenzionata ad avere una criptovaluta, al fine di schivare l’embargo americano.

Qual è lo scopo di questa strategia?

Sostanzialmente, come il Venezuela, anche Cuba è alla ricerca di “ossigeno”, con l’intento dichiarato di evitare le sanzioni statunitensi e, al tempo stesso, di spingere in maniera massiccia le esportazioni dei suoi prodotti tipici. Il presidente Miguel Díaz-Canel ha evidenziato nel corso di un discorso alle principali emittenti televisive nazionali che il piano è incentrato sulla raccolta di capitali con l’obiettivo di mettere in atto svariate riforme, volte a migliorare l’attuale scenario economico di Cuba. L’utilizzo di una criptovaluta cubana da impiegare nelle transazioni nazionali ed internazionali è di certo un progetto ambizioso in cui, si sa per certo, sono stati contattati in prima persona importanti figure accademiche.

Possibilità di successo della criptovaluta cubana

Affinché la criptovaluta cubana ottenga successo, sarà fondamentale evitare gli errori commessi dal Venezuela. In primo luogo, coinvolgere l’interesse internazionale sarà il primo passo per aprirsi una strada in discesa. In Venezuela, l’assenza di interesse internazionale nei confronti di quella che doveva essere la criptovaluta locale ha arenato di fatto il progetto.

Diverso è il caso dell’Iran, da sempre bersaglio di sanzioni internazionali dovute in primo luogo alla questione nucleare. Diversi mesi fa, Parsian Bank, Bank Mlli Iran, Bank Pasargad e Bank Mellat, quattro tra i più autorevoli istituti finanziari iraniani, hanno rilasciato una criptovaluta, denominata PayMon, quotata sull’Iran Fara Bourse, il mercato over-the-counter, relativo ai titoli e a vari strumenti finanziari. Le riserve auree hanno di fatto reso fattibile il progetto.

Cuba potrebbe ispirarsi a questo modello per evitare le sanzioni statunitensi, avvenute a seguito della rivoluzione castrista: dal 1962, Cuba non può esportare prodotti e servizi verso gli USA, né tanto meno importarli. Trattasi, di fato, dell’embargo più lungo di sempre. E con Donald Trump alla Presidenza Statunitense, la persecuzione finanziaria sarebbe divenuta ancora più asfissiante.

Per ciò che concerne la criptovaluta made in Cuba, bisognerà valutare se verrà sfruttato un sistema preesistente, come ad esempio il bitcoin, oppure se si opterà per un proprio token. Questa seconda possibilità, per certi versi risulterebbe più affascinante, per il semplice fatto che prenderebbe piede quel minimo di liberalizzazione del sistema economico che sono in molti ad auspicarsi. Anche la popolazione ne beneficerebbe: lo stipendio medio mensile aumenterebbe del 40%, specie presso i lavoratori della pubblica amministrazione. La macchina burocratica verrebbe poi decentralizzata. Lo stato generale dei servizi sociali, infine, andrebbe incontro ad importanti miglioramenti.

Per concludere il discorso sul fatto che Cuba voglia una criptovaluta per evitare l’embargo americano, il nome più gettonato della moneta digitale, pare sia il “Che”. Staremo a vedere gli esiti futuri!

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