Cosmetica: 18 miliardi di fatturato e la richiesta di credito d’imposta al 40% che cambia le carte per le PMI

L’industria cosmetica italiana ha chiuso il 2025 con un fatturato record di 18 miliardi di euro e una crescita media annua del 6,1% nell’ultimo decennio, oltre sei volte quella del PIL. Per i titolari di partita IVA, più dei numeri conta l’agenda di policy che il settore sta portando sul tavolo del governo: dalla maggiorazione del credito d’imposta R&S fino al 40% alla richiesta di arginare i costi del Green Deal europeo. Sono leve che, se attivate, possono ridefinire i margini di chi produce, esporta o lavora nell’indotto.

Un ecosistema da 49 miliardi che traina l’indotto

I dati dell’Osservatorio TEHA – The European House Ambrosetti per Cosmetica Italia mostrano che la filiera allargata – includendo packaging, macchinari, materie prime e distribuzione – ha generato nel 2025 un fatturato complessivo di 49 miliardi di euro, con un valore aggiunto di 31,5 miliardi e circa 500mila occupati (105mila diretti). L’export tocca 8,6 miliardi (+4,1% sul 2024) e rappresenta il 48% del fatturato settoriale, con l’Italia quinto esportatore mondiale di bellezza. Tradotto per un imprenditore: ogni due euro prodotti, quasi uno viene venduto all’estero, segno che la domanda internazionale è un moltiplicatore stabile di ricavi.

Le richieste delle imprese: semplificazione, credito R&S e strategia-Paese

«L’Italia possiede già una filiera cosmetica leader. Ora serve una strategia-Paese per trasformare questa leadership in vantaggio competitivo duraturo», ha detto Benedetto Lavino, presidente di Cosmetica Italia, indicando tre priorità operative:

Economia italiana settori produttivi
Stabilimento moderno di produzione alimentare con linea di lavorazione industriale. Foto di Adrien Olichon su Pexels
  • Semplificazione e armonizzazione normativa sulla transizione sostenibile, per consentire una programmazione più efficiente degli investimenti industriali;
  • Rafforzamento del credito d’imposta per R&S fino al 40%, una misura che andrebbe ben oltre il sostegno attuale e che, se estesa, offrirebbe a tutte le PMI innovative un incentivo diretto alla ricerca;
  • Costruzione di una domanda internazionale coordinata, per aumentare il valore percepito del “beauty” italiano e sostenere l’export.

Per una piccola o media impresa, significa meno burocrazia da gestire quando si investe in sostenibilità, un possibile alleggerimento del costo degli investimenti in innovazione e una regia pubblica che accompagni l’apertura di nuovi mercati.

Approvvigionamento e sostenibilità: i rischi concreti per chi produce

Lo studio TEHA mette in guardia su un punto nevralgico per qualsiasi attività manifatturiera: l’Italia importa circa la metà degli ingredienti cosmetici da Paesi extra-UE, con il 30% proveniente dall’Asia. Due imprese su cinque stanno già diversificando mercati o fornitori per ridurre l’esposizione a oscillazioni di prezzo e interruzioni. A questo si somma la pressione normativa UE: il ministro Gilberto Pichetto Fratin ha definito il settore «una filiera ad alta intensità industriale e quindi strategica per il nostro Paese», sottolineando che le scelte ambientali – decarbonizzazione, gestione dei rifiuti, efficienza energetica – «diventano un brand, un elemento centrale per caratterizzare il nostro paese». Per chi produce, il messaggio è duplice: servono investimenti continui per adeguarsi, ma chi arriva prima ottiene un vantaggio competitivo sui mercati internazionali.

Cosa significa per il conto economico di un’impresa

La combinazione di questi fattori disegna uno scenario dove la produttività per addetto diretto – circa 171.400 euro di fatturato a testa, calcolati sui 18 miliardi e i 105mila occupati diretti – è già alta, ma può crescere solo se si sbloccano due leve: liquidità per l’innovazione (credito R&S) e stabilità delle forniture. L’aumento del credito d’imposta al 40% ridurrebbe il costo netto di ogni euro speso in ricerca, liberando risorse che oggi molte PMI assorbono con margini ridotti. Sul fronte approvvigionamento, diversificare i fornitori ha un costo immediato, ma previene perdite ben maggiori in caso di shock logistici o dazi. La strategia-Paese invocata da Lavino, infine, non è solo marketing: significa aprire canali di vendita che il singolo imprenditore fatica a presidiare da solo.

La partita aperta, per chi ha un’attività, non è legata solo alla cosmetica. Le richieste che oggi questa filiera porta al governo – più credito per la ricerca, norme sostenibili meno onerose, accompagnamento all’export – sono le stesse di cui ha bisogno larga parte del Made in Italy. Chi saprà intercettarle entrerà nella prossima fase con un vantaggio di costo e di mercato difficile da colmare per chi resta in attesa.

Fonti

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