Bollette aziende +54% nel 2026: la stangata che erode i margini

Le imprese italiane si preparano a chiudere il 2026 con una spesa per elettricità e gas più alta del 54% rispetto all'anno precedente, contro il +23% degli utenti privati. Il divario non è un dettaglio contabile: il 43,4% delle aziende segnala il rischio di una riduzione dei margini di profitto e il 70% si dice preoccupato per l'aumento delle bollette. Per chi ha una partita IVA, la crisi energetica smette di essere una voce di costo e diventa un problema di tenuta finanziaria.

Il conto delle imprese corre il doppio di quello delle famiglie

Nomisma Energia stima per il 2026 un aumento della spesa per elettricità e gas naturale del 54% per le aziende e del 23% per gli utenti privati. Il divario tra i due tassi è di 31 punti percentuali: un'impresa assorbe uno shock più che doppio rispetto a una famiglia tipo. Per le PMI, che hanno minore capacità di trasferire gli aumenti sui prezzi finali, questo si traduce soprattutto in compressione dei margini.

PUN a 204 €/MWh e gas sopra i 70 euro

Il costo della materia prima lascia poco spazio alla trattativa. Il PUN, il prezzo unico nazionale dell'elettricità all'ingrosso, è passato dai 114 €/MWh di febbraio ai 204 €/MWh di settembre: un balzo del 78,9%, calcolato come (204 − 114) / 114. Il gas naturale viaggia intorno ai 70 €/MWh, il 123% in più rispetto a febbraio e il 307% sopra i livelli di inizio 2021. Il Brent ha superato i 100 dollari al barile.

L'esposizione italiana è strutturale: il gas copre il 45,8% della produzione elettrica e il 39% del fabbisogno energetico nazionale, contro una media UE del 23%. Lo stretto di Hormuz, da cui passa un quinto del gas naturale commerciato via nave nel mondo, valeva il 10% delle forniture italiane: la sua chiusura si scarica direttamente sui costi industriali.

Rincari energetici e inflazione
Banconote da un dollaro americano in primo piano. Foto di olia danilevich su Pexels

Anche il credito diventa più caro

Alle bollette si somma il costo del denaro. Il tasso sui depositi della BCE è al 2,5% e Deutsche Bank Research prospetta un possibile aumento al 2,75% a dicembre. Per un'impresa che rifinanzia un mutuo o anticipa capitale circolante, l'effetto è un doppio morso: costi produttivi più alti e finanziamenti più onerosi. Un'indicazione importante arriverà dal dato Eurostat sull'inflazione dell'Eurozona del 2 ottobre.

Tre leve operative prima dell'inverno

Il rapporto Acer sui mercati retail indica che la rigidità contrattuale impedisce risparmi fino al 20%: solo il 7% delle famiglie europee ha un contratto a prezzo dinamico e in nove Stati membri oltre l'80% degli utenti è vincolato a tariffe fisse a durata prestabilita. Per un'azienda il margine di manovra si concentra su tre decisioni:

  • rinegoziare il contratto energetico valutando formule che seguono le oscillazioni di mercato;
  • spostare i consumi energivori nelle fasce di prezzo più basse, dove la struttura contrattuale lo consente;
  • rivedere i listini ai clienti prima che scatti l'aumento dei consumi invernali.

La richiesta a Bruxelles per più flessibilità fiscale

Grecia e Italia hanno chiesto alla Commissione europea maggiore flessibilità di bilancio. Il premier greco Kyriakos Mitsotakis propone di escludere dall'indicatore di spesa netta UE le misure nazionali temporanee di sostegno a consumatori e imprese e di contabilizzare le entrate IVA aggiuntive generate dai prezzi energetici. "Non è politicamente accettabile che la principale linea d'azione proposta finora dalla Commissione sia soltanto quella di ridurre la domanda di energia", scrive nella lettera inviata a Bruxelles. Se la richiesta passasse, i governi avrebbero più spazio per sostenere le imprese senza violare i vincoli di bilancio.

Per un'azienda il numero da seguire non è l'inflazione al 4,2%, ma il PUN: finché resta a 204 €/MWh, ogni punto di margine recuperato passa dalla rinegoziazione dei contratti e non dai prezzi di vendita.

Fonti

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