Argentina: la Banca Centrale alza i tassi al 60%

L’Argentina costituisce ormai da molti anni l’anello debole del mercato internazionale, il che significa che ogni qualvolta il mondo finanziario subisce uno scossone o una crisi, il paese latino finisce per risentirne il doppio rispetto agli altri stati. Il 29 agosto il peso argentino è arrivato a valere 0,027 dollari statunitensi, con un rialzo improvviso che si attesta intorno al 10% in soli due giorni. Tutto questo nonostante i disperati sforzi compiuti dal Banco Central di Buenos Aires finalizzati a sostenere la valuta nazionale.

L’origine della crisi

Poche settimane fa era stato annunciato uno storico accordo tra il governo del neoliberista Mauricio Macri, primo presidente non peronista dell’Argentina e leader del partito conservatore Proposta Repubblicana, e il Fondo monetario, che a giugno aveva cominciato ad erogare all’Argentina quindici miliardi di dollari come parte di un prestito più grande che sarebbe arrivato ad un totale di cinquanta.

Giustamente, i mercati hanno interpretato queste richieste di denaro come uno specchio della situazione finanziaria non proprio rosea in cui versa il paese. In tutto questo marasma, Macri e il suo entourage dissimulano la più totale normalità, come se l’Argentina e la sua economia fossero in un equilibrio perfetto e gli argentini non avessero nulla da temere.

Il crollo del peso

La Banca centrale argentina il mese scorso ha alzato di addirittura cinquecento punti i tassi di interessi ed è arrivata alla fine del mese ad aumentare il costo del denaro dal 15% al 60%. La motivazione risiede nel crollo improvviso del peso argentino, il cui valore si è degradato del 15%, registrando il peggior tracollo dal 2015, anno in cui il peso aveva perso oltre il 30% del suo valore.

A questo si affiancano un’inflazione vicina al 30% annuo (una delle percentuali più alta del mondo), il PIL in recessione, un tasso di disoccupazione che supera il 9% e in continua crescita, e tutta una serie di interventi attuati dall’attuale governo con molta fiducia (forse più apparente che reale) che però non hanno quasi mai dato i risultati sperati. Basti pensare che l’obiettivo dell’abbassamento dell’inflazione al 15%, una delle prime promesse di Macri vincitore, non è mai stato nemmeno avvicinato.

Tensioni sociali

Come è facile immaginare il tracollo economico si sta ripercuotendo, e lo farà sempre di più nei mesi a venire, sulle questioni politiche e sociali. L’ala peronista del paese sta riprendendo popolarità e ne approfitta per prepararsi per le prossime elezioni, la Confederaciòn General del Trabajo, il sindacato storico dell’Argentina, ha indetto uno sciopero generale per il prossimo 25 settembre e le tensioni sociali sono all’ordine del giorno. La crisi della moneta argentina si inserisce infine in un contesta latino già decennalmente precario, tra l’agitazione politica brasiliana e l’isolamento del Messico da parte degli Stati Uniti d’America.

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